UNA SCELTA ALTERNATIVA: LA NONVIOLENZA
Qualcuno confonde la nonviolenza con la fiacchezza, la debolezza, addirittura con la mancanza di volontà e di carattere. Credo che per spiegare con chiarezza a chi si accosti con onestà curiosità e interesse alla domanda "che cosa è la nonviolenza?"sia necessario partire dall'analisi di che cosa è la violenza.
Dicono che l'aggressività e la violenza siano istinti innati nell'essere umano sin dalla sua più remota presenza sul pianeta Terra, quattrocento milioni di anni fa.
Certo la scarica di adrenalina che manda in circolo nel sistema nervoso la reazione furiosa di risposta davanti ad un attacco o ad un pericolo di provenienza esterna a noi, è qualche cosa di profondamente innato nella natura umana e tutti — credo — ci siamo trovati impegnati in un atto di risposta violenta ad una aggressione violenta nella nostra vita, quasi ancora prima di essercene accorti.
Ricordo l'amarezza e l'umiliazione che mi sono restate dentro quando, unica volta nella mia vita, ho risposto con dura violenza (e con la forza fisica e l'impeto dei vent'anni) ad una aggressione fisica da parte di una donna che si credeva deprivata dei suoi diritti da me.
La furia — che medici e giuristi chiamano "raptus" — può far uscire di senno chiunque si ritenga offeso
— a torto o a ragione. — Aggressiva o difensiva questa furia toglie il senno all'essere umano.
Qualunque persona può essere vittima di una tale perdita delle capacità di giudizio e di autocontrollo e trovarsi impegnata in un atto violento — attivo o passivo non importa — quasi senza accorgersene. In questo senso sostengo che bisogna avere una grande comprensione verso chi debba venire a trovarsi così sconvolto nella propria umanità da arrivare a perderla fino a diventare assassino; che, a mio parere, è la peggiore delle disgrazie che possano capitare ad un essere umano.
Si può dunque affermare che qualunque forma di violenza è la conseguenza di una perdita della coscienza singola o collettiva e che rispecchia il momento della non ragione rispetto alla forza della ragione e della capacità di giudizio.
Quanto più le persone raggiungono un alto stadio di evoluzione, tanto maggiore è la capacità di giudizio che dovrebbero essere in grado di raggiungere e quindi di assicurare a sè e a chi li circonda, per evitare di venir messi in crisi da eventuali aggressioni fisiche e psichiche di segno violento.
Anche nel privato la definizione di violenza si arricchisce di sempre maggiori significati e riferimenti. Questo che noi viviamo è un momento storico che ha identificato nel segno della violenza quasi tutti i residui passivi che la società è riuscita ad accumulare nel corso degli ultimi duecento anni circa. Culturalmente si tende ad identificare con il contratto sociale il momento in cui la società si è data una istituzione a carattere democratico nell'ambito della quale non dovrebbero più avere spazio le violenze di tipo istituzionale e in cui quelle private dovrebbero venire incanalate solo in zone di emergenza. Naturalmente non può essere che un punto di arrivo utopistico il progetto di costruire una società da cui tutti gli elementi di tensione oggettiva siano scaricati per eliminazione delle difficoltà obiettive che qualunque forma di convivenza e di corresponsabilità crea e poi conduce spesso fino all'esasperazione.
Però, nonostante quel tanto di aggressività innata, nonostante il gioco tendenzioso dei contrasti e delle eccitazioni, nonostante tutte le pervicacie pubbliche e private, dovrebbe essere ovvio che la persona in grado di fare buon uso della propria ragione dovrebbe anche essere capace di controllare il proprio stato emotivo biologico con una espressione di consapevolezza e di responsabilità del tutto slegata dal gioco contrapposto della azione e reazione violente, fino ad eliminare qualunque tipo di risposta violenta anche di fronte ad un violenta sollecitazione.
L'innata aggressività umana ha avuto storicamente l'effetto di far scendere le donne dagli alberi per assicurare una più ricca nutrizione alla prole; ha avuto l'effetto di indurre gli uomini a fabbricare
un'arma per difendersi dalle belve e per aggredire una selvaggina da mangiare, continuamente sfuggente, perchè più veloce, più destra, più dotata, di ali, di artigli, di corna, di armi naturali, insomma. Per non perdere la sua battaglia per l'alimentazione, l'animale più intelligente, ma più debole e nudo e indifeso per natura, ha dovuto inventarsi delle armi artificiali, bastoni, clave, archi e frecce, lance, spade... in sostituzione di corna, artigli, ali...
Il dramma dell'umanità è scattato quando la battaglia per la sopravvivenza e per l'alimentazione il più grave e ancor oggi non risolto problema dei viventi tutti ha portato gli uomini a combattersi fra di loro, per il terreno di caccia, per la selvaggina già uccisa, per il potere in una parola.
Da quel momento il più robusto ha fatto comunella col più furbo, col più vecchio, che aveva il suo patrimonio nell'esperienza fatta, e cosi il trio re, sacerdote e guerriero sono diventati l'espressione del potere e hanno incominciato a reggersi sulla violenza del prestigio, della superstizione, della forza, insomma della paura.
La chiave della schiavitù e della sconfitta umana sta nella paura. Ogni paura indotta nel cuore e nella mente dell'uomo è il mezzo certo per esercitare il potere e la repressione con cui il furbo, l'abile e il forte riescono a reprimere e a dominare tutti gli altri, per mezzo della violenza psichica, morale, materiale e fisica.
Di qui tutti i drammi della storia dell'umanità. La vita umana trasformata nella storia delle guerre, delle prevaricazioni, delle violenze del potere, delle dinastie, delle religioni, delle politiche, delle ideologie.
E dunque tutto quello che si oppone a questa catena di violenze e di orrori, che costituiscono fino ad oggi il patrimonio della storia dell'umanità, è classificabile in modo certo come espressione di nonviolenza.
Opporsi alla prevaricazione, alla repressione, all'umiliazione, alla distruzione psichica e fisica della gente è opporsi alla violenza.
Questo, diciamo, è patrimonio comune delle conoscenze e mille teorizzazioni ne sono state fatte, tutte però hanno come naturale mezzo di espressione la violenza contro la violenza.
E' stato necessario arrivare alle soglie del XX secolo perchè qualcuno fra gli esseri umani più sensibili e dotati di capacità di proiezione nel futuro dell'umanità, e forse di un gradino di evoluzione superiore nella scala biologico-antropologica, abbia incominciato a prospettare la possibilità che alla violenza non si debba rispondere con la violenza, se non si vuole continuare a restare sullo stesso terreno.
Forse anche la sempre maggiore pericolosità delle armi che diventano sempre più distruttive, che non significano più la lotta corpo a corpo, in qualche modo leale, a viso aperto, forza contro forza, ima sempre più significano agguato, inganno, distruzione letale e definitiva del "nemico"; forse l'aumento del rischio oggettivo per tutta intera l'umanità ha portato e sta portando a più seria e meditata riflessione delle persone che ancora conservano il concetto della "vita" come valore da difendere perchè positivo e creativo e evolutivo e capace di arricchimento e di dinamismo. Solo la concezione statica dell'esistenza, come qualche cosa che sempre è stata così e pertanto sempre resterà così, può far rimanere inerti di fronte alla violenza.
La concezione dinamica evolutiva dell'esistenza come qualche cosa in continuo arricchimento e con prospettive infinite in tutte le direzioni crea il conforto e la speranza, la voglia di migliorare e di assicurare tranquillità, calore, pace, cioè poi vita e sicurezza alle generazioni future.
La fiducia nel futuro non è patrimonio della violenza.
Chi fa violenza cerca la distruzione e la fine, sia pure del tiranno e della prepotenza, del potere.
Chi invece prevede e antevede ampie possibilità di costruzioni e di arricchimenti sul piano delle realizzazioni culturali e vitali dell'umanità non può non sentire oggi impellente il bisogno di por fine in modo immediato e ragionato al gioco del più forte, in quanto incapace di futuro e legato a risultati forse
immediati, ma di piccolissima portata e spesso pagati troppo a caro prezzo.
Quando si sostiene che è necessario difendersi, quando si afferma che le armi sono il complemento inevitabile di una civiltà che ha assunto questi connotati fisici e che non si possono mutare in quanto in qualche modo condizionanti, si dimostra di essere incapaci di amore, e quindi di fiducia e di sicurezza nelle possibilità di raggiungere un "meglio" che fin qui sembra soltanto ipotetico od utopistico, ma che in realtà ciascuno porta, in misura maggiore o minore, dentro di sè.
Questo termine di misura maggiore o minore è appunto quello che qualifica e determina la volontà affamandola e costringendola a vivere in condizioni indegne di sottoalimentazione e conseguentemente di sottosviluppo non solo economico ma sanitario e morale; dall'altra parte si tratta anche di por fine alla violenza esercitata dalla guerra e dalla minaccia atomica e nucleare con cui si continua a tenere sotto controllo e in condizioni di disperazione e di terrore quella parte dell'umanità che, avendo raggiunto una condizione di vita qusi sana e normale — si parla naturalmente delle popolazioni bianche — potrebbe essere quasi storicamente in grado di raggiungere una maturità concreta che permetta di scoprire gli inghippi del potere per mantenere basso il livello dello sviluppo — sempre e chiaramente non tanto quello strettamente industriale e della produzione, ma anche e soprattutto quello del livello generico della vita, che se anche è ben lungi dall'essere quello auspicato e che ci potremmo permettere, cioè le famose quattro libertà atlantiche di cui si favellava negli anni cinquanta: libertà dal bisogno, libertà dalla paura, libertà dallo sfruttamento e libertà di pensiero e di espressione—è tuttavia ancora in grado di esigere che la gioventù possa farsi interprete della propria capacità di critica e di giudizio.
Oggi il discorso della qualità della vita non è più così utopistico come poteva sembrare quindici anni fa, quando abbiamo cominciato a parlarne in piccoli gruppi o in riunioni privilegiate. Oggi il concetto che si deve vivere in condizioni di libertà dalla paura è discorso accreditato e recepito dalla pubblica opinione.
L'unico modo per non soggiacere al ricatto — che fra l'altro il potere sta di nuovo giocando con tutte le sue armi — della paura è solo e solamente quello della forza e della fermezza della nonviolenza.
Quanto più intorno a noi infuria la bufera della repressione giocata sulla carta del terrorismo vincente, o quanto meno altamente provocante e dato quasi-vincente (anche il terrorismo infatti è arma del potere e viene ampiamente sfruttato in questo senso) — e tanto più bisogna che il gioco del potere venga ampiamente scoperto e quindi l'intelligenza della controspinta sta proprio nel fare aggio con tutto il peso dell'intelligenza, della speranza, della fiducia e della sensibilità umana e politica sulla nonviolenza.
La certezza del diritto, la sicurezza della difesa, l'habeas corpus, le conquiste di un sistema peninten-ziario in grado di assicurare alla persona riconosciuta colpevole l'adeguato trattamento umano, ma soprattutto inteso a recuperarlo alla società e alla collettività come un componente del tutto in grado di riassumere un comportamento regolare ed equilibrato in seno alla comunità, se la pena non è spropositata, umiliante e violenta, sono il fondamento basilare per una società che voglia dirsi moderna e matura. La qualità più concreta della nonviolenza è quella di evitare rigorosamente le umiliazioni inutili e dannose che spezzano irrecuperabilmente la dignità e il carattere delle persone e le riducono spesso alla esasperazione e quindi di nuovo alla violenza.
Il gioco continuo, come una specie di doccia scozzese fra la minaccia e l'imbonimento, sempre in equilibrio fra il bastone e la carota, è quello che di più assurdamente disumano il potere possa continuare a giocare sulla pelle della gente. La risposta è sempre quella dell'esasperazione e dunque poi per compensazione quella della repressione. E' una vecchia storia che si ripete puntualmente da tutta l'eternità; i tempi possono essere più lunghi o più brevi, più distanziate le riprese infuocate, più blandamente nascosta la
mano ferrea del potere, ma sempre l'altalenare delle forze della violenza, da una parte e dall'altra, mantiene l'equilibrio necessario per l'incremento della produzione (ogni guerra è una distruzione che richiede ricostruzione e dunque produzione, ogni sommossa crea premesse per repressione e per punizione e intanto quindi ancora produzione) e da sempre la gente paga in termini di morti, di bastonati, di carcerati, di martiri e se si vuole di eroi. Ma a quale prezzo?
Il prezzo è sempre quello del rallentamento della evoluzione del duro sacrifico, che troppo spesso si rivela inutile, troppo costoso, e alla fine sempre di brevissima durata, prima che ripiombi la solita mazzata del "riflusso" o della "restaurazione".
La nonviolenza dunque è un mezzo nuovo ed evoluto per gestire in maniera alternativa la possibilità di espressione e di risposta alle sollecitazioni della repressione e per esigere che nuove possibilità di vita vengano aperte nell'ambito di una società che ha bisogno di rinnovarsi, di riformarsi, di adeguarsi di decennio in decennio alle sempre più evolute richieste della gente. E quindi evolutivo è il concetto della nonviolenza come arma di lotta sociale, ma di pressione psicologica, in quanto è più diffìcile picchiare un nonresistente, è più difficile portare in giudizio davanti ad una magistratura mediamente efficiente un gruppo di giovani lavoratori o studenti che esprime
concetti rigorosamente nonviolenti ma altrettanto evolutivi e impegnati su basi di rinnovamento e di revisione della società e delle sue espressioni tecniche e concrete: produzione, pianificazione, programmazione, impostazione del problema casa-lavoro, posto che questo è essenzialmente, da sempre, ma oggi in maniera sempre più pressante, il problema dei problemi per i giovani che, raggiunta la maggiore età a diciotto anni, si vedono però tagliati fuori da qualunque possibilità concreta di pianificare in modo autonomo la propria esistenza.
L'insicurezza del domani, l'impossibilità di uscire dalla casa paterna, la difficoltà di trovare sbocchi realistici ad una preparazione scolastica adeguata creano problemi apparentemente insolubili ed esasperati. Si usa dire che i giovani non sono affezionati allo studio e che "non studiano più"; sarebbe più opportuno certo rendersi conto che si è fatto il possibile per immettere nella scuola personale insegnante sempre meno preparato, sempre meno pagato, sempre più scontento e dunque sempre più inefficiente, con possibilità di carriera ridottissime e di livello squalificante; dopodiché si accusano i giovani di lassismo, di assenteismo, di non voglia di impegnarsi. Quale impegno possiamo pretendere dai giovani se non gli forniamo strumenti seri con cui confrontarsi, insegnanti in grado di "insegnare" davvero qualche cosa che sia aderente alla realtà dell'esistenza quotidiana e
realistica e che possano ricavare dall'insegnamento la propria soddisfazione e psichico-culturale e anche concretamente materiale in termini di stipendi, di qualificazioni, di carriera (se si vuole usare questa espressione) e dunque di soddisfazione del dovere compiuto. Ma quale soddisfazione può offrire continuare a ripetere a scuola le nozioncine di una cultura idealistica del tutto superata e non aderente più in nessun modo alle modalità e alle esigenze della esistenza contemporanea?
E dunque ancora una volta ci troviamo davanti al doppio binario incrociato di repressione nei confronti dei giovani, tenuti a scuola in posizione di basso livello culturale ed evolutivo, e dall'altra parte di fronte ad un corpo insegnante anche questo relativamente depresso e nelle sue espressioni migliori consapevole dello sfruttamento delle intelligenze e dello stato depressivo ed alienante della scuola attuale.
Ma la risposta intelligente oggi dovrebbe essere una risposta formata da richieste precise di maggiore impegno e di maggiore corresponsabilizzazione da parte degli insegnanti e da parte di quei giovani che si rendono conto della superficialità della cultura che viene impartita. E quindi ancora una volta la risposta è una richiesta di nonviolenza ma di efficienza nella volontà della risposta stessa.
E' vero che non è possibile esprimere programmi alternativi e cultura rinnovata da parte di alcuni studenti e di alcuni insegnanti se non si riesce a far scattare la volontà politica di mutare anche la struttura portante della nostra scuola, ma è altrettanto vero che se non incominciamo subito a mutare i rapporti umani a tutti i livelli non raggiungeremo mai l'evoluzione umana e culturale necessaria per renderci conto che occorre cambiare tutto nel mondo della scuola.
L'espressione rapporti umani significa letteralmente il nostro modo di comportarci e di metterci gli uni di fronte agli altri, gli uni accanto agli altri, nella nostra vita quotidiana aossociata, a partire dalla possibilità di scegliere i momenti esatti della propria esistenza di donne e di uomini, come la scelta della maternità e della paternità quando ci si senta davvero disponibili a dedicare alla creatura tutta la propria capacità creativa ed affettiva, fisica e morale, dando alla figlia o al figlio soprattutto l'amore di cui il nascituro ha bisogno fin dal suo primo insediarsi nell'utero materno. Non necessariamente ogni espressione della sessualità umana deve sempre essere riproduttiva, anche questo è un problema di violenza. La violenza sessuale non è soltanto un problema di brutalità da parte di estranei, spesso è un problema anche di capacità di rispetto e di affetto all'interno della stessa coppia, spesso soprattutto di quelle legalmente sposate. La violenza sessuale è forse la violenza più diretta, più privata, ma anche e soprattutto è violenza quella che si pretende di imporre alla gente quando si continua a voler insegnare che ogni rapporto sessuale deve essere consumato a scopo di riproduzione, quando non si cura l'informazione della contraccezione e la diffusione di tutti i mezzi contraccettivi, soprattutto di quelli davvero validi; quando non si fa conoscere l'intera gamma delle sessualità alternative, delle infinite possibilità di rapporti non necessariamente penetrativi, non necessariamente violenti, non necessariamente riproduttivi, ma capaci di estrinsecarsi in tutta la ricchezza della gamma più ampia della tenerezza, della disponibilità al gioco, alla creatività, all'improvvisazione, all'evoluzione dinamica delle possibilità al gioco, alla creatività, all'improvvisazione, all'evoluzione dinamica delle possibilità di dare e ricevere piacere, attraverso la gioia della partecipazione appassionata, della festa, dell'allegria, della spensieratezza affettuosa e coinvolgente, in una parola della nonviolenza.
Ma quando venga operata la scelta di maternità e di paternità allora si bisogna che alla creatura sia dedicata tutta l'affettività possibile, durante tutto il periodo della gestazione e fino alla nascita, che deve
essere dolce e non violentata dalle esigenze della sala-parto e del personale medico e paramedico e dalle tecniche tradizionalmente brutali nei confronti del neonato, dedicandogli invece tutto il tempo necessario alla sua personale ed individuale possibilità
di entrare nel mondo dall'inizio della respirazione dell'aria e al distacco del cordone ombelicale. Ogni bambino è un essere umano, e le nascite a catena di montaggio che si praticano di solito nei nostri ospedali sono quanto di più disumano e dannoso per la psiche del neonato si possa immaginare. Dopo diche lo si distacca dalla madre, martoriata da un parto incognito e sempre aleatorio per le condizioni concrete di inneccesaria sofferenza e terrore a cui viene abbandonata.
Quando la nonviolenza entra nelle sale-parto, allora si, si hanno bambini sereni, capaci di diventare adulti senza traumi e senza portarsi dentro quel nocciolo di terrore, di disperazione e soprattutto di paura che la nascita violenta ha creato e depositato in loro, su cui poi vanno ad innestarsi tutte le paure e le angosce successive. La nonviolenza opera queste scelte fondamentali fin dai primi momenti della nostra esistenza e condiziona beneficamente tutto lo sviluppo successivo delle creature.
E sempre per la forza della nonviolenza è necessario poi che il bambino di mano in mano che si sviluppa possa godere di tutta la necessaria libertà di cui ha bisogno perchè possa prendere coscienza di sè e del proprio corpo, dello spazio che lo circonda, perchè si senta inserito nel proprio habitat con diritto di viverci a proprio agio.
Certi tipi di comportamenti nei confronti dei bimi sono esattamente corrispondenti all'orrore della fasciatura che una volta si imponeva al neonato. E' violenza, è mancanza di amore, è povertà psichica e spesso crudeltà mentale.
In questo senso è essenziale esaminare tutto il problema della socializzazione dei bambini, spesso tenuti isolati dalle gelosie e dalla possessività familiare. I bambini hanno bisogno di stare con altri bambini, fin dal principio della loro vita, e un'altra forma di nonviolenza è quella di non costringerli in rigorose divisioni per età, come erroneamente fa la scuola. La convivenza fra coetanei stimola la competitività e la rivalità, mentre il rapporto con maggiori e minori favorisce la fioritura di sentimenti di pro-tettività verso i più piccoli e di imitazione verso i maggiori, entrambi rapporti positivi di nonviolenza, di dolcezza, altamente educativi e creativi dell'equilibrio psicologico delicatissimo della bambina e del bambino. In questo senso è fortemente essenziale dare ai bimbi tutta la possibile libertà e favorirne il crescere e lo svilupparsi della capacità di autonomia, di autodeterminazione nelle scelte dei giochi, delle amicizie, e degli spazi di apprendimento e di autogestione.
Così si avranno adolescenti nonviolenti, non in rivolta, non in competizione, non in lotta contro l'ambiente che li circonda, che dovrà essere sempre quanto più ampio e variato possibile.
Su queste premesse iniziali è poi possibile favorire la crescita di una società nonviolenta, alternativa perchè costruita sulla libertà e sulla autonomia di ciascuna persona.
A questo punto si può entrare in pieno nel discorso della riconversione di tutti i rapporti di gestione dello studio, del lavoro, della famiglia, del tempo libero e della quotidianità di ciascuno e di tutti.
La nonviolenza stas anche nell'evitare la spinta verso il consumismo sfrenato, verso l'appiattimento delle possibilità di gestione dell'esistenza personale negli spazi individuali di donne e uomini che saranno estremamente piuù disponibili alla cooperazione e alla partecipazione, alla gestione della vita in collettivo.
In questo senso la nonviolenza significa davvero che l'espressione della necessità di arrivare a mutamenti sostanziali nella produzione e dei mezzi energetici, del lavoro, della risoluzione sul piano universale del problema della sopravvivenza, della umanità e della Terra che la ospita, dando una soluzione concreta anche al problema dell'ecologia, dell'habitat naturale dui tutti gli animali e le piante, del rispetto per la posizione di ciascuna espressione di vita, minerale, animale e umana, ha nel quadro naturale della vita terrestre.
QUEL CHE VOGLIAMO DALLA NONVIOLENZA
Quello che noi vogliamo dalla nonviolenza è dunque un nuovo modo di entrare in contatto con la vita e di assumere i significati intrinseci di un tentativo di rinnovamento che non rimanga pura lettera e segno, ma che da significante si faccia significato, cioè realtà.
Ora, oggi, qui, in questo ambito sociale e storico, in questa temperie in cui tutto è violenza e terrore, tra i delinquenti, gli assassini e i terroristi che sparano per uccidere, e i poliziotti, gli agenti, i carabinieri, i gorilla, le guardie di mille organizzazioni parallele
pubbliche e private che sparano per uccidere con la scusa di impedire di sparare per uccidere, con l'unico risultato di continuare a uccidere, in realtà non si muta nulla e si continua a calcare vecchi e brevettati schemi di potere.
E' certo vero — forse — che è sempre stato cosi. Ma questo non ci consola. Anzi, ci esaspera.
Quello che in realtà noi fortemente vogliamo è che non si spari più — che non si uccida più — nè volontariamente per deliberata volontà di uccidere, né per scivolone, in incidente, per indeterminata — non meno bieca — volontà di non lasciar uccidere uccidendo.
Non vogliamo che si giochi più con la vita degli altri, come se fosse cosa non nostra.
Aliena.
Tutto quello che è terrestre è un patrimonio inalienabile di noi tutti e nessuna parte può essere distrutta senza che l'intero corpo sociale ne risenta.
Per questo è ora di aiutare la gente a capire che credere alla necessità della pena di morte, dell'ergastolo, delle lunghe carcerazioni, delle repressioni brutali è credere all'inciviltà, alla barbarie, continuare a mantenersi nella convinzione che l'umanità è inadatta e quindi incriminabile perchè criminale.
Bisogna avere il coraggio di insegnare alla gente a capire che il diventare criminali o assassini è di tutte le disgrazie la peggiore che possa capitare ad un essere umano, perchè è abdicare alla propria umanità. Il fatto che una persona — qualunque sia - delinqua, è risultato della mancanza della possibilità o della capacità di intrawedere qualunque altra via d'uscita. Solo chi non crede di avere altre vie e crede che le strade più brevi siano le più dirette per il successo, ebbene quella è una persona a cui sicuramente sono mancate le più elementari basi per una esistenza capace di significati reali e ideali.
Non è difficile analizzare la condizione umana basilare di chi abbandona la via della norma per entrare nell'avventura disperata della violenza: come chi dica essere stato deprivato di ogni affetto reale e non fittizio durante la vita intrauterina, non aver avuto una nascita dolce, non essere stato distaccato troppo
presto e in modo traumatico dalla madre e aver avuto una madre per necessità di cose — e non per "colpa" sua - stanca, distratta, preoccupata, affannata, quando non profondamente infelice e disperata, spesso sull'orlo di continue crisi depressive e di stati d'angoscia esasperati.
Un'infanzia serena non è solo un'infanzia facile per quanto riguarda i mezzi di vita; ci sono bambini ricchissimi, senza problemi di alimentazione, che sono profondamente frustrati ed infelici nei loro affetti più profondi, nel loro profondo bisogno di amore e di tenerezza, di comprensione e di attenzione. Certo, forse saranno in condizione di poter "rimediare" in qualche modo, ma certamente l'angoscia che li attanaglia non potrà mai venire risolta dal solo possesso della "cose" che non mancheranno .mai loro. C'è anche chi sa che le cose sono cose e non hanno significati se non traslati, come riferente, mai come ente.
Comunque sia, resta la carenza affettiva come un vuoto incolmabile, che né la ricchezza, né la povertà e la lotta coi problemi quotidiani dell'esistenza nella loro forma più pesante riesce mai ad attenuare.
Al limite una buona estranea disponibile può essere migliore di una cattiva madre, dove per cattiva madre si intende una creatura a sua volta frustrata, vittima e oppressa da altre cattiverie duramente consumate su di lei, sulla sua vita.
Certo i bambini abbandonati, senza famiglia, trovatelli, orfani, soli, sono i più esposti alle conseguenze della mancanza di sicurezza iniziale e quindi quelli che più facilmente credono di poter risolvere i loro problemi (che naturalmente non sono mai chiari neppure a loro stessi, anzi a loro meno ancora che agli altri osservatori dall'esterno) con la ricerca della sicurezza atrraverso il possesso e il potere, e quindi ricorrono anche alla violenza pur di assicurarsi possesso e potere.
In questo senso violenza è quella dell'arrampicatore sociale, dell'ambizioso sfrenato, che non conosce limiti alle proprie velleità e che quindi non esita a far ricorso anche alle scorciatoie della truffa, della prevaricazione, del peculato.
In questo senso il criminale non è solo quello che fa la rapina in banca, sparando e minacciando, ma soprattutto quello dei traffici illeciti e degli illeciti guadagni raggiunti spesso coinvolgendo nei maneggi soci e dipendenti, amici e nemici.
Troppo spesso quando la gente chiacchiera o pensa ai "criminali", immagina banditi armati fino ai denti, truffatori da bassifondi, con mentalità ottocentesca, tipicamente classista, e non si rende conto che la malavita di città non è che il risultato della cattiva vita più che della cattiva condotta. E che spesso la cattiva condotta è il risultato di una cattiva esistenza che ciascuno conduce entro di sè per mancanza di fiducia, di speranza, di amore, assai più che per cattiveria spontanea o innata.
Spesso i figli di banditi o prostitute — notoriamente cresciuti staccati e lontani dai genitori - non ereditano nulla dei caratteri sociali dei genitori, perchè non sono caratteri innati, ma dati esteriori acquisiti artificialmente e indotti da insegnanti e scuole ben poco adatti ad occuparsi della libera evoluzione culturale e psicologica di queste creature. Il loro inserimento nella vita corrente dipende dalla quantità di amore, di speranza, di sicurezza e di gioia che chi è vissuto accanto a loro nell'infanzia ha saputo trasmettere loro. Al limite non importa neppure in quali condizioni, purché reale fosse l'intensità del rapporto affettivo.
Si parla troppo spesso, nelle analisi sociologiche sul problema della criminalità, della mancanza di morale, della educazione etica, e degli "ideali" che non verrebbero più trasmessi ai giovani. Nessuno MAI ha trasmesso "ideali" e valori ai giovani che non fossero quelli delle culture predominanti nel momento storico specifico, e quindi fortemente inadeguati per chi non appartenesse a quella classe che li esprimeva.
Da un lato una insistenza sui valori della famiglia, della religione, della conservazione dello status quo ante come freni costrittori hanno creato, nella seconda metà dell'Ottocento, quella morale melensa, mistificata e mistificante, basata sulla buona coscien-
spenti a suon di cannonate gli ideali di libertà, fraternità ed eguaglianza. Dall'altro lato, l'eccesso di peso dato alle condizioni di classe da un marxismo di maniera presto diventato liturgico ed ecclesiale, ha distrutto il fattore della personalità, dell'autonomia, della autodeterminazione e della partecipazione cosi importante ed essenziale per la condotta della vita.
Sono due forme di violenza, in quanto presumono entrambe di poter risolvere con dati collettivi anche fatti profondamente individuali che non riescono a diventare essenza dell'esistenza se non sono condotti su metri e possibilità di scelta di qualità del tutto singoli ed individuali; e solo dopo possono diventare dati collettivi socializzabili in quanto efficacemente emanati dall'intima esigenza di ciascuno.
Non a caso quando si parla di "condotta" si parla di "disciplina", e questa sovrapposizione rende equivoco non solo il discorso, ma soprattutto il concetto di "scelta" della qualità della vita.
Scegliere di partecipare alle scelte collettive che riguardano la conduzione della vita di tutti e di ciascuno, significa conoscere le esigenze di partecipazione che ciascuno di noi porta in sè e che la accresciuta scolarizzazione ha fatto nascere in ciascuno per raggiunta conoscenza e coscienza del fatto che qualunque gesto di vita e di ricerca di equilibrio e di consapevolezza è politico.
E dunque non si può continuare ad accettare
in modo consapevole tutta la violenza che le scelte del potere ci costringono ad accettare senza spazio di discussione e senza possibilità di analisi e sintesi. Le stesse scelte dell'industrializzazione ad oltranza, delle forme di consumismo ad oltranza, dei bisogni continuamente indotti nella gente solo per favorire ed incrementare la produzione e il commercio in modo indiscriminato, senza che si possano analizzare in sostanza le reali esigenze e i bisogni primari ed essenziali delle persone, sono ancora forme di violenza che vengono esercitate sulla gente. Così come violente sono senza dubbio le scelte militarista e nucleare, che forzano la mano alla volontà popolare e impediscono, o tentano di impedire, che si maturi la coscienza popolare delle esigenze primarie e fondamentali di tutti. Non a caso in questi ultimi anni si è sviluppata una risposta attiva contro le ripercussioni delle imposizioni di tipo tecnologico sulla salute e sull'ambiente.
Violenza è tutto quello che ci costringe a vivere in casermoni, come inscatolati, dopo averci strappati ad usi ed abitudini - forse tribali - ma certo tradizionali, e dunque ricchi di sapori e umori e contenuti originari. Lo strappare la gente alle proprie case e alle proprie zone geografiche per portarle a lavorare altrove, là dove all'industria ha fatto comodo impiantare le proprie sedi, senza tener conto delle tradizioni
e delle esigenze vitali, affettive, geografiche ed ecologiche dei lavoratori — del braccio come della mente — ha favorito lo sviluppo di una violenza che è disperazione, solitudine, fatica, delusione, amarezza per quello che ciascuno ha perso, senza ottenere nulla
in cambio, se non soltanto la libertà dal bisogno, dalla fame primaria, dalla miseria. Ma una civiltà, che era essenzialmente contadina, che è stata brutalmente strappata alla terra e condotta altrove, fuori dai propri spazi e dai propri climi, dai propri cibi e dal proprio habitat naturale, è stata condotta inevitabilmente alla insofferenza, all'indifferenza verso quel lavoro alienante subito come inevitabile necessità, ma non amato, non capito, non fatto propria ragione di vita, come era stata la pur faticosa e spesso deludente attività della coltivazione della terra.
Il fenomeno è oramai così esteso e universale che non si conosce angolo della terra in cui non si verifichi la reazione immediata di violenze collettive e organizzate idealmente ad autodifesa e che poi scaturiscono invece in forme di disperazione collettiva, tanto da condurre alla cosiddetta criminalità organizzata, alle bande giovanili, al disinteresse e alla disaffezione per il lavoro, per lo studio, per la società in una parola. Diventa allora troppo facile il discorso del richiamo agli ideali, alla buona tradizione sana e antica in cui ciascuno accettava con passiva condiscendenza la propria condizione, tenuti chiusi nella
propria ignoranza, senza speranza né incentivo migliorare, a crescere, a evolversi.
Al contrario, il rifiuto di questa società, così com si è venuta configurando nelle gestioni autoritarie, ineluttabili, quasi non ci fossero alternative possibili, ha creato le grandi rivolte: quelle della disperazione rivoluzionaria, quelle della fuga dal reale verso l'impossibile evasione in zone geografiche in cui non ci sia — o non sia così pesante — il condizionamento della società industriale e l'incentivo alla produzione, al consumo e dunque allo sfruttamento tanto diretto, immediato e visibile, da toccarsi con mano.
Indubbiamente nei paesi europei e nordamericani le condizioni di vita materiali hanno reso possibile l'uscita dal condizionamento del bisogno primario della fame e della sopravvivenza. Ma tutto questo non ha risolto — se non per la prima generazione — il problema del che fare di sè nella vita: del significato essenziale dell'esistenza. Sempre maggiore è la massa dei giovani i quali di mano in mano che raggiungono l'età maggiore si chiedono che cosa offra la società di reale in cambio della fine della fame.
Per qualcuno la scelta di una divisa come unica alternativa. Per altri una sortita verso soluzioni di controviolenza: mafia, criminalità organizzata, bande armate, terrorismo. Soluzioni di disperazione.
Soluzioni di disperazione che rispecchiano l'angoscia dell'intera esistenza umana, che si è vista sempre depredare dei figli per coinvolgerli in soluzioni milita-riste, quelle che più duramente colpiscono l'innata sensibilità e la tenerezza che dovrebbero essere il fondamento su cui l'intera umanità si regge.
Sul piano della riforma dell'intera società, insieme con la scelta di altre forme di produzione e di un altro genere di produttività, sta naturalmente la scelta della fine totale di qualunque tipo di militarismo.
Le spese folli rappresentate dagli armamenti, la corsa disperata verso qualunque più evoluto mezzo di distruzione, la gravità a cui è arrivato oggi il problema della sicurezza, della sopravvivenza nella forma banale ma catastrofica del rischio della distruzione dell'intero pianeta nella sua interezza, grazie alle energie scatenate dalla violenza atomica dell'uranio e del plutonio, l'alea che un qualunque caporale, o generale non fa differenza, impazzito possa, con la semplice pressione di un dito, rendere definitiva e irreversibile la fine non solo della vita umana, ma di qualunque forma di vita sul pianeta, questa minaccia che grava orribile sull'esistenza di tutti, questo dovrebbe essere dunque il momento che dovrebbe far scattare inevitabile nell'animo di tutti gli esseri umani la richiesta che si ponga deliberatamente e urgentemente fine a tutto il gioco della violenza militare, sia della produzione delle armi e degli armamenti, sia degli assetti industriali che ne sono insieme la conseguenza finale e la causa prima.
La riconversione industriale va iniziata al più presto, e deve darsi come obiettivi immediati la sostituzione della produzione di qualunque mezzo di guerra e di distruzione di armi e di strumenti bellici di qualunque tipo.
La cessazione totale di qualunque imprenditoria legata alla morte deve dunque prevedere anche la sostituzione dei mezzi di morte con nuove fonti di mezzi di alimentazione, per sconfiggere la morte per violenza militarista insieme con la morte per fame e per sottoalimentazione. Le due battaglie sono strettamente collegate fra loro.
Fin tanto che ci sarà militarismo e produzione militare nel mondo, ci saranno violenza e morte.
La morte è un diritto di ciascun essere umano. Ma è un diritto di pace e non di guerra, di armi, di violenza.
La morte non è violenza se è naturale. Ma quante ormai sono le persone che possono quietamente morire di serena morte naturale nel proprio letto, a propria scelta, come diritto anche questo inalienabile?
Dalla nonviolenza esigiamo anche questo rispetto per la scelta della propria fine.
Dalla nonviolenza noi aspettiamo che maturi anche la capacità della gente di gestire vita e lavoro con serenità per gli obiettivi positivi di rigoglio e non di disperazione, di fruttificazione, di pace e non di
paura, di possibilità di evoluzione costruttiva dei fon damenti essenziali dell'esistenza, e non di distruzione, di angoscia, di terrore.
Dalla nonviolenza noi vogliamo anche far fiorire l'essenza profonda dell'umanità, quella che forse in questi seimila anni di storia umana ancora non siamo riusciti a far scaturire, della forza e della gioia che ciascuno riesce ad esprimere nel gioco quotidiano del lavoro e del piacere, della partecipazione e della costruzione fruttifera di possibilità positive per sè e per gli altri intorno a sè.
Ecco perchè noi crediamo nell'alternativa della nonviolenza.
Soltanto se ciascuno, giovane e meno giovane, avrà il coraggio di assumere su di sè la gestione della propria vita, ribellandosi alla gestione centralizzata, con la disobbedienza civile, quella che non permette e non àncora le proprie possibilità all'uso delle armi e di qualunque forma di violenza di qualunque genere, ma fa dipendere la difesa dei propri diritti civili e della propria esigenza collettiva e sociale dalla ferma decisione di non farsi fare violenza e di non farne, neppure per legittima difesa, ma esigendo da sè la fermezza della propria condotta e della propria autodisciplina per non cadere nell'inganno della mentalità del colpo su colpo, soltanto allora potremo davvero sperare di liberarci di seimila anni di violenza, di pa-triarcalismo e di tradimento degli ideali umani.
Tutti i libri cosiddetti sacri, in quanto ispirati ad una concezione di potere divino superiore, grondano di sangue e di violenza: occhio per occhio, dente per dente, l'esercito di dio, il dio degli eserciti, la violenza peggiore è ampiamente propagandata e sostenuta nella Bibbia, nel Corano, nei Veda, nel Tao; in tutte le religioni purtroppo il culto della brutalità, della violenza, della sopraffazione di tutti gli altri sono ampiamente propagandate e predicate.
Solo se riusciremo ad estirpare questa concezione della vendetta e della prevaricazione — che le religioni hanno così profondamente inculcato negli esseri umani — solo se riusciremo a pareggiare il conto di tutta la prevaricazione che la razza bianca ha sempre esercitato su tutto il mondo nelle sue espressioni di razza padrona (come è stata definita felicemente rispetto al problema economicofinanziario) per imboccare con fermezza la strada della umana affermazione della dignità e del rispetto della persona umana, di qualunque sesso, razza, linguaggio, stirpe, età, solo allora potremo sperare di raggiungere quella mèta di civiltà che ancora oggi sembra utopistica, e che invece da qualche decennio sta sempre più affermandosi fra i giovani nell'ambito di alcune zone privilegiate della nostra società e della nostra civiltà, solo allora, diciamo, si potrà incominciare a parlare di una civiltà nuova, ricca di promesse e di speranze.
Adele Faccio
INDICE
Valeria Taradash
La sconfitta della menzogna e della paura.........5
Cannoni e bombe..........................26
U.S. Soldier.;.............................27
Il regno è sulla terra.,.......................32
Davide Melodia
L'ipotesi nonviolenta........................35
Arte e nonviolenza.........................66
Adele Faccio
Una scelta alternativa: la nonviolenza...........73