Politica dell'azione nonviolenta
1. POTERE E LOTTA
Edizioni originali dei volumi di Gene Sharp:
Politica dell'azione nonviolenta I. POTERE E LOTTA 1973
Politica dell'azione nonviolenta II. LE TECNICHE
Politica dell'azione nonviolenta III. LA DINAMICA
Gene Sharp, nato nell'Ohio (USA) nel 1928, è attualmente direttore del Program of Non-violent Sanctions del «Center for International Affairs» della Harvard University e sta conducendo con i suoi allievi e collaboratori la ricerca più vasta che sia stata mai intrapresa sulle alternative nonviolente.
Definito il «Machiavelli della nonviolenza», Sharp è ritenuto uno dei massimi ricercatori e studiosi nel campo dell'azione nonviolenta. Le sue opere sono state tradotte in olandese, giapponese, spagnolo, portoghese, arabo, ebraico, tailandese ecc.
GENE SHARP
POLITICA DELL'AZIONE NONVIOLENTA I potere e lotta Titolo originale dell'opera: The Politics of Nonviolent Action I. Power and Struggle
© 1973 e 1979 by Gene Sharp
Traduzione di Enrico Benucci, Manuel Vignali e Alberto Zangheri del Centro di Ricerche per la Difesa Popolare Nonviolenta di Padova Copertina di Cesare Maletto
L'opera di Sharp è pubblicata con un contributo della compagna per l'obiezione fiscale del 1983 che ha consentito la riduzione dei costi del 10%
© 1985 EDIZIONI GRUPPO ABELE Corso Moncalieri 260 - 10133 Torino - tel. (011) 638692 / 675405 ISBN 88-7670-019-6 .
INTRODUZIONE
di Matteo Soccio
1. Sulla diffusione della nonviolenza in Italia
1. C'è oggi, in Italia, una discreta attenzione e reale interesse per la nonviolenza, la sua strategia, le sue tecniche. Due fatti recenti hanno indubbiamente stimolato questo interesse. Mi riferisco da un lato alle vicende tragiche del terrorismo che hanno prodotto nella nostra società un sincero disgusto per la violenza e ne hanno mostrato il fallimento come metodo di lotta politica, dall'altro al pacifismo degli anni Ottanta che è riuscito a mobilitare centinaia di migliaia di persone facendo circolare idee, posizioni, slogan, tecniche di azione che si richiamano anche esplicitamente alla nonviolenza. Non dobbiamo comunque dimenticare il lavoro svolto per decenni, talvolta in apparente isolamento e impopolarità, da singole persone, piccoli gruppi, piccoli movimenti e riviste, nell'affermare il principio e la pratica della nonviolenza.
2. Se vogliamo verificare quando in Italia la nonviolenza ha incominciato a distinguersi da un pacifismo generico, inattivo, ingenuo e intimistico, dobbiamo risalire agli anni Trenta. Certo, molte delle tecniche della nonviolenza furono inventate e provate con successo nelle lotte del movimento operaio e sindacale, anche italiano, prima del fascismo, ma non c'è mai stata coscienza della possibilità di aumentarne l'efficacia escludendo e rifiutando esplicitamente l'uso della violenza. Negli anni della Seconda Internazionale, la mancata intuizione, comprensione e valorizzazione di una «strategia nonviolenta» fu determinata da adesioni ideologiche che confondevano ancora l'azione diretta, lo sciopero generale, la lotta e il conflitto sociale con il mito della violenza «generatrice». Così è accaduto delle manifestazioni italiane dell'anarco-sindacalismo. Per quanto riguarda il tolstoismo della fine Ottocento inizi Novecento, non solo questo non era stato capace di tradurre in tecniche di lotta efficaci il principio della «resistenza passiva», ma aveva avuto anche scarsa diffusione in Italia, limitata agli ambienti anarco-pacifisti e libero-religiosi.
3. Aldo Capitini. Dobbiamo quindi, come dicevo, risalire agli anni Trenta per rintracciare in Italia la presenza del concetto specifico e la parola «nonviolenza». In quegli anni, in coincidenza con la visita di Gandhi (dicembre 1931), passato per l'Italia sulla via del ritorno in India dopo il fallimento della conferenza londinese della «Tavola Rotonda», ci fu una significativa diffusione di notizie sulla lotta «satyagraha» per l'indipendenza indiana. Non che i fascisti del Regime apprezzassero la nonviolenza, ma vedevano in Gandhi il leader di un popolo nemico della «comune nemica» Inghilterra. Tra i libri tradotti in italiano e pubblicati in quegli anni ricordiamo la biografia di Gandhi scritta da Fullop Miller, Storia di un uomo e di una lotta (1930) e l' Autobiografia di Gandhi a cura di Charles Andrews e con prefazione di Giovanni Gentile (1931). Sono libri che, insieme ad articoli di giornali, qualcuno poté leggere traendone preziose intuizioni e insegnamenti morali e politici. È stato così per Aldo Capitini (1899-1968), il fondatore del Movimento Nonviolento italiano.
4. Fin dal 1930, Capitini aveva cominciato a studiare e diffondere il metodo nonviolento, il metodo di Gandhi, visto come «una guida per dire di no al fascismo». Si trovava allora a Pisa, dove aveva fatto gli studi universitari, e svolgeva la funzione di segretario della Scuola Normale Superiore. Insieme ad un suo compagno di studi, Claudio Baglietto (1908-1940), Capitini discuteva e diffondeva attivamente tra i giovani studiosi di quella scuola dattiloscritti e appunti che, tra l'altro, trattavano di nonviolenza. Quel suo compagno di allora, diventato obiettore di coscienza, dopo aver rinunciato per coerenza ad una borsa di studio del Regime che gli permetteva di seguire i corsi di Heidegger in Germania, finirà esule in Svizzera e morirà a Basilea per le conseguenze di una vita costretta all'estrema povertà. Lo stesso Capitini, per aver rifiutato di prendere la tessera del Partito Nazionale Fascista che Gentile voleva imporgli, fu licenziato nel 1933 dal suo posto di segretario della scuola. Da allora in poi, fino al 1943, viaggiò moltissimo per fare propaganda antifascista e insegnare il valore della nonviolenza attiva, della responsabilità, della noncollaborazione che comincia dando l'esempio (il «no» al fascismo) per poi cercare solidarietà.
Quasi da solo, per molti anni, Capitini fu divulgatore del pensiero e del metodo nonviolento di Gandhi. Non poté essere un Gandhi italiano, nell'azione politica di massa e nell'efficacia storica, perché il popolo italiano non era culturalmente e politicamente preparato all'uso di un tale metodo, ma ebbe seguaci e un certo influsso morale su quei nuovi gruppi antifascisti che si costituirono quando ormai gli antifascisti della prima ora si trovavano isolati, dispersi, in esilio, in galera o erano morti.
Un suo libro, fatto pubblicare nel 1937 da Benedetto Croce, è stato di stimolo, di incoraggiamento e orientamento antifascista, una sveglia per le coscienze addormentate dal fascismo, in un momento in cui l'atmosfera politica era avversa ai difensori della libertà. Il titolo, Elementi di un'esperienza religiosa, permise al libro di circolare, di superare i controlli della censura. Ma il suo contenuto non era solo religioso: tra gli argomenti principali si potevano leggere pagine sulla nonviolenza e la disobbedienza civile.
Dall'incontro con il filosofo Guido Calogero nacque anche un importante movimento antifascista, il Movimento Liberalsocialista, e Capitini fini due volte in prigione. Il suo impegno antifascista non si tradusse comunque immediatamente in un successo della nonviolenza. Egli poteva offrire soltanto certezze morali, non ancora la difficile certezza dell'efficacia politica del metodo. Molti giovani, «convertiti» con la nonviolenza alla lotta antifascista, entreranno nel Partito d'Azione e con questo nella Resistenza, cioè nella lotta armata. Se in altri paesi d'Europa (Norvegia, Danimarca), dove ben altra era la maturazione civile e politica della popolazione, l'azione nonviolenta aveva provato la sua efficacia nella lotta contro il nazismo, in Italia Capitini non poté essere che un testimone «sconfitto» 1.
5. Anche dopo il crollo del fascismo Capitini continuò la sua opera di promozione della nonviolenza, non aderendo ad alcun partito e spesso dai partiti isolato e contrastato. Con la Liberazione iniziava il processo di democratizzazione e Capitini dava il suo contributo promuovendo un singolare esperimento nonviolento di democrazia diretta, i C.O.S. (Centri di Orientamento Sociale).
I primi sorsero a Perugia subito dopo la liberazione della città (1944) ed esplicitavano un'imponente domanda di partecipazione e di controllo dal basso. Si trattava di periodiche assemblee popolari «su tutti i problemi», da quelli amministrativi cittadini a quelli sociali e politici,
In queste libere assemblee tutti potevano intervenire e parlare, facendo osservazioni, rivolgendo domande alle personalità politiche e agli amministratori che vi erano invitati, portando lamentele, facendo denunce e proposte di provvedimenti da prendere. Nessun argomento poteva essere escluso dalla trattazione, nessun cittadino escluso dalla sala. Dopo tanti anni di museruola fascista, la gente ricominciava a parlare, si riappropriava del proprio potere e imparava a farne uso. Per Capitini questo potere nonviolento era il potere di tutti. I C.O.S. si diffusero per tutta l'Umbria e in molte altre città dell'Italia centrale. L'esperimento si esaurì nel 1948, all'indomani della sconfitta del Fronte Popolare. I C.O.S. cessarono di vivere sia perché osteggiati dalle amministrazioni comunali, che non amavano le libere critiche e il controllo dal basso, sia perché i partiti di sinistra non li avevano fatti propri come invece, secondo Capitini, avrebbero dovuto, raccogliendone l'idea, facendoli vivere, diffondendoli «come unica rivoluzione possibile in Italia».
6. L'operosità nonviolenta di Capitini continuò fino alla sua morte (1968). Funzionava da «centro» di molteplici iniziative svolgendo una cosciente opera di educazione alla nonviolenza attraverso la promozione e l'organizzazione di seminari, dibattiti, convegni, dimostrazioni, marce, movimenti, associazioni e con la diffusione di libri, opuscoli, articoli, lettere. Non possiamo esplicitare tutti i temi che queste iniziative investivano: riforma religiosa, disarmo, obiezione di coscienza, educazione popolare, rinnovamento politico, potere dai basso, nonviolenza. Dobbiamo comunque a Capitini se oggi la nonviolenza in Italia ha una certa maturità e credibilità. Nel 1952 costituì a Perugia un Centro di Coordinamento Internazionale per la Nonviolenza e dopo la Marcia per la pace e la fratellanza tra i popoli (Perugia-Assisi) del 1961 (da lui promossa e organizzata e che offrì una forte spinta al movimento pacifista italiano degli anni Sessanta e un modello a quello degli anni Ottanta) fondò il Movimento Nonviolento,
Capitini ha fatto conoscere la nonviolenza in Italia anche attraverso numerosi suoi libri, tra i quali ricordiamo: Italia nonviolenta (1949), Rivoluzione aperta (1956), L'obiezione di coscienza in Italia (1959), La nonviolenza oggi (1962), Le Tecniche della nonviolenza (1967), Il potere di tutti (1969). E' stato Capitini a usare per la prima volta la parola nonviolenza tutta unita, senza il Horn staccato, perché essa venisse intesa non come un rifiuto generico della violenza ma come qualcosa di positivo e di specifico, come una dottrina e un metodo.
7. «Azione Nonviolenta». Per dare una voce ai nonviolenti e rispondere ad una sempre crescente esigenza di informazione e di approfondimento, Capitini ha fondato nel 1964 anche una rivista, «Azione Nonviolenta», che vive ancora. La rivista si è rivelata un importante strumento di promozione e diffusione della teoria e della prassi nonviolenta, anche se non sempre fu all'altezza dell'ambizioso programma formulato da Capitini stesso nell'editoriale del primo numero.
Se nella lotta contro ii fascismo la sua alternativa nonviolenta era stata sconfitta, avendo i più scelto la lotta armata, ora Capitini era cosciente di compiere un dovere chiarendo, e aiutando gli altri a chiarirsi, le idee sulla nonviolenza e il suo metodo, un metodo che può rinnovare profondamente la politica e la società, a condizione però di essere oggetto non d'improvvisazione ma di serio studio e preparazione. Nonostante le premesse religiose del pensiero di Capitini, le sue iniziative erano sempre caratterizzate da un notevole impegno sociale e politico e da un atteggiamento che potremmo definire «laico», cioè non fideistico, non dogmatico, disponibile alla critica e alla continua verifica, «Laica» si presenta anche la sua rivista, la quale esplora i confini teorici della nonviolenza, segnala testi e interpretazioni, promuove dibattiti e convegni, dissoda il terreno ideologico-culturale su cui si sviluppa l'azione dei gruppi nonviolenti italiani.
Nei suoi interventi sulla rivista, Capitini stesso ha cercato di chiarire equivoci e malintesi che erano (e sono ancora!) frequenti tra coloro che la rifiutano. La Nonviolenza è presentata come una dottrina positiva, come azione (il titolo stesso della rivista è programmatico), come forza coraggiosa (e non passività ed inerzia), come esperienza creativa e inesauribile (non si finirà mai di realizzarla appieno), Insiste sul fatto che la nonviolenza è qualcosa di aperto, un orientamento con possibilità di ulteriori ricerche e sviluppi. Il principio fondamentale (il rifiuto della violenza) resta fermo, ma questo non esclude l'acquisizione di forme nuove, un lavoro continuo, personale e collettivo, per migliorare e portare avanti i modi di attuare la nonviolenza. Bisogna, secondo Capitini, mettersi dentro la costruzione della nonviolenza, apprezzarla per se stessa, per quello che dà, «anche se talvolta non può far nulla». É un valore anche soltanto il tentativo di attuare la nonviolenza. Solo chi non si rende conto di questo può, in certe occasioni, metterla da parte e disprezzarla perché «impotente», Capitini sottolinea il valore sociale del metodo nonviolento, l'influenza che esso può esercitare come rivoluzione permanente, la capacità che ha di aggiungere (con la noncollaborazione e la disobbedienza civile) molto a quello che si può ottenere con il diritto e la democrazia, le garanzie che offre di far valere in ogni caso il controllo dal basso.
Ricordando sulla rivista il fatto che il metodo nonviolento era efficacemente applicato in altri paesi, Capitini annotava: «La nonviolenza ha cominciato ad aprire in ogni paese un conto, in cui ognuno può depositare via via impegni e iniziative» 2. Spesso sulla rivista si insisteva sulla necessità pratica di creare centri di addestramento alla nonviolenza. È a Perugia che si è svolta dal 13 al 20 agosto 1965 la Conferenza internazionale di studio sull'«Addestramento alla Nonviolenza», organizzata dalla War Resisters International e dal Movimento Non violento, conferenza che era nata dall'esigenza di rendere efficace ed incisivo il passaggio dal lavoro teorico all'azione diretta.
Sempre Capitini, commentando in un editoriale della rivista le azioni nonviolente dei pacifisti americani, notava con l'entusiasmo contagioso del neofita: «Vi sono già un'ottantina di tecniche di lotta nonviolenta che sono state attuate, e ne vengono create e approfondite continuamente. Non solo i nonviolenti le mettono in pratica, ma in certi paesi sono i sindacati, i gruppi politici, che chiedono ai centri per la nonviolenza organizzatori esperti. La concretezza, la freschezza, l'allegria con cui lavorano in questo ‘‘addestramento'' i nostri giovani amici americani sono veramente trascinanti» 3.
Quando esplose la contestazione studentesca del '68, Capitini riconobbe nella scoperta o riaffermazione dell'assemblea uno dei fatti politici più importanti dell'Italia di allora. Ma presto si accorse che l'interesse per la guerriglia teorizzata e praticata risospingeva sullo sfondo quello per la nonviolenza. Gli era sembrato che i giovani avessero scoperto il suo valore e invece constatava una rimonta ideologica e pratica del metodo della violenza politica. L'illusione non stava nell'adesione capitiniana alla nonviolenza ma nel ritenere che la sua verità fosse stata acquisita da tutti: «È venuto ora il periodo difficile, quello non più del plauso, ma dell'apparente fallimento, del ritorno dell'animo all'uso delle soluzioni violente, perché l'animo non era mutato affatto, e la mente non aveva ricercato attentamente e consolidato atteggiamenti diversi da quelli di Castro, di Dayan, dei Vietcong» 4. E allora tornava a ripetere che «è necessaria una preparazione profonda se si è all'opposizione della società esistente». I due metodi (nonviolenza e guerriglia) avevano certamente qualcosa in comune. Entrambi, ad esempio, contestavano tutto il sistema mirando a stabilire un diverso potere, entrambi impegnavano la vita in «un atteggiamento straordinario e di estremo pericolo». Ma Capitini riconosceva anche che la strategia nonviolenta era in ritardo rispetto all'altra e che spesso la scelta nonviolenta poteva essere evasiva e non impegnativa. Per questo riteneva necessario che «i nonviolenti si spendessero totalmente e organicamente nelle situazioni, anche precorrendo i violenti».
8. Dopo la morte di Capitini, la rivista e il movimento da lui fondati hanno continuato l'opera di diffusione della nonviolenza preoccupandosi di far conoscere le riflessioni di studiosi e militanti stranieri attraverso la pubblicazione dei loro scritti e i promuovendo convegni di studio su argomenti. specifici.
Una questione che si riallaccia a quella della guerriglia, di cui abbiamo detto sopra, è affrontata da Nigel Young in uno scritto pubblicato su «Azione Nonviolenta» (gennaio-febbraio 1971) e intitolato Guerra, liberazione e stato. Essa riguarda il dilemma etico e pratico del «rivoluzionario nonviolento» di fronte al diffondersi delle guerre di liberazione nazionale. L'identificazione con i simboli e gli eroi della guerriglia ha portato molti giovani al culto della violenza armata. Lo stesso movimento nonviolento si è trovato compromesso e talvolta ha adottato i modelli analitici del marxismo-leninismo, finendo col sostenere la nonviolenza a casa e la violenza nei paesi del Terzo Mondo oppressi e sfruttati da dittature e neocolonialismo. Young, nel suo articolo, suggeriva un modello che permettesse ai nonviolenti di valutare le guerre di liberazione nazionale senza dover scegliere tra complicità con l'imperialismo e giustificazione della violenza dei suoi oppositori militarizzati. Sviluppando con successo strategie nonviolente a casa nostra — sosteneva Young — si poteva ravvivarne l'uso anche altrove e ci si poteva trovare nella posizione morale e politica più adatta per parlare con i movimenti di liberazione nazionale circa le strategie alternative alla violenza.
9. DANILO DOLCI. Una delle esperienze italiane di nonviolenza, che ha avuto una notevole risonanza in Italia e forse di più all'estero, è stata quella di Danilo Dolci, il «Gandhi della Sicilia». Dicendo Dolci intendiamo dire anche tutto quel gruppo di collaboratori e volontari poco conosciuti (come Franco Alasia e Lorenzo Barbera) o rimasti del tutto sconosciuti, con il cui indispensabile contributo l'azione nonviolenta si è fatta strada in una regione d'Italia dove maggiore era la miseria e la violenza.
Agli inizi Dolci si era recato da solo, volontaristicamente e per una passione propria, interna, ad affrontare quello che era un campo di concentramento della miseria del Sud. Dolci stesso ha scritto libri che dipingono un quadro tragico e pauroso: fame, malattie, disastrose condizioni igienico-sanitarie, arretratezza economica, disoccupazione e sottoccupazione, ignoranza, brutalità primitiva, spirito di vendetta, banditismo, mafia.
Quando nel 1952 si recò a Trappeto (Palermo) per affrontare questi mali aveva ventotto anni. Lo fece in modo significativo, cercando di capire ed agire, e non solo denunciare, portandovi realismo, concretezza, pragmatismo, precisione scientifica, esame obiettivo dei problemi per scoprirne le cause e aiutare a risolverli. La nonviolenza di Dolci consisteva nel fare le cose necessarie, le cose che si devono fare là dove «c'era gente che non ce la faceva». Quando digiunò per otto giorni a Trappeto (ottobre 1952) era forse la prima volta che in Italia si facevano digiuni di protesta. Aveva visto con i suoi occhi un bimbo morire di freddo e di fame a causa della miseria nera del posto. Digiunò pubblicamente perché gli altri avessero da mangiare, per provocare la solidarietà, il mutuo appoggio tra i poveri, per far avanzare la verità, per richiamare l'attenzione delle autorità in modo che intervenissero dando lavoro alla popolazione.
Fu in quell'occasione che lo raggiunse una lettera di Capitini che dava inizio ad una collaborazione molto fruttuosa. Capitini metteva a disposizione la sua profonda riflessione, la conoscenza del metodo gandhiano, la sua persuasione nonviolenta.
Lo aiutò anche a trovare sostegni esterni alla sua azione. Se Capitini fu il padre morale e spirituale della nonviolenza in Italia, Dolci ne fu un realizzatore pratico, non un filosofo ma un ricercatore di rimedi pratici. Fare presto (e bene) perché si muore, era il titolo significativo del suo primo libretto di denuncia.
Dolci naturalmente non poteva far molto da solo, ma dava la parola alla gente, riusciva a contagiare gli altri e, attraverso questi, altri ancora, in una reazione a catena. Ha cercato di organizzare della gente che moriva di fame a causa della disoccupazione, della mancanza di solidarietà, della paura della mafia. Progettò dighe per raccogliere le acque necessarie all'irrigazione delle terre e per dar lavoro ai disoccupati, fondò cooperative agricole, università popolari, centri educativi per l'infanzia.
‘Svolse inchieste rimaste famose, elaborò piani di sviluppo e, per stimolare interventi delle autorità responsabili e investimenti, esercitò pressioni nonviolente. La tecnica del digiuno, come forma di pressione democratica nonviolenta, fu utilizzata con successo da lui, dai suoi collaboratori, dalla gente coinvolta. Ricordiamo il digiuno di mille pescatori sulla spiaggia di S. Cataldo (Trappeto) contro la mafia dei motopescherecci che li privava del pesce e del lavoro con la pesca condotta con metodi illegali. Ci furono digiuni per denunciare l'estrema miseria di alcuni quartieri di Palermo e di interi paesi della Sicilia occidentale. Ma il digiuno non fu la sola tecnica nonviolenta sperimentata. Spesso per descrivere la tecnica nonviolenta dello «sciopero a rovescio» si è soliti citare proprio un'azione di Danilo Dolci, lo sciopero a rovescio di Partinico (2 febbraio 1952). Centinaia di disoccupati si mettono al lavoro per riattivare una strada abbandonata, fangosa e intransitabile. Interviene la polizia che arresta Dolci e quattro sindacalisti. Restano in carcere per due mesi. Il processo loro intentato dai magistrati di Palermo si trasforma in un processo all'art. 4 della Costituzione italiana che sancisce il diritto al lavoro.
Gli arresti e processi richiamavano l'attenzione dell'opinione pubblica italiana e internazionale. Nel 1958, inaspettato, venne conferito a Dolci il «premio Lenin per la pace». Il fatto provocò disagio. Si era a due anni dall'invasione dell'Ungheria e l'anno precedente il socialista Nenni l'aveva rifiutato. Un giornale italiano ostile notava: «Digiunando, ingrassa!». Dolci, nella sua azione nonviolenta, aveva sempre accettato l'aiuto di tutti, comunisti e non comunisti. Nonostante le pressioni di amici che erano contrari, accettò il premio e ringraziò interpretandolo come un riconoscimento del valore del lavoro svolto per lo sviluppo e per la lotta nonviolenta. Accettò questo denaro così come aveva accettato la prigione. I sedici milioni del premio servirono davvero per la pace e la nonviolenza. Con essi venne creato a Partinico il «Centro Studi e Iniziative per la Piena Occupazione», che rese possibile un'attività estesa ad una vasta zona della Sicilia occidentale,
L'azione di Danilo Dolci si svolgeva in tre momenti: studio delle cause, individuazione e progettazione di un «lavoro pilota», pressione nonviolenta per renderlo realizzabile concretamente. Lo scontro con il vecchio e consolidato potere mafioso era inevitabile. Con i suoi collaboratori Dolci avvia un'inchiesta per capire come si forma il potere politico nella zona. Ne nasce una campagna anti-mafia (1962-1967) che provoca la caduta di un ministro e di un sottosegretario e coinvolge vari notabili locali. Ad essere processati per direttissima sono però i nonviolenti, querelati dai potenti mafiosi. Dolci e Alasia saranno alla fine condannati a due anni di prigione.
Organizzate dal «Centro studi», si svolgono nel 1967 due importanti marce: una di 200 chilometri nella Sicilia occidentale «per un mondo nuovo», l'altra da Milano a Roma per la pace nel Vietnam.
Quando nel 1968 il terremoto della valle del Belice aggiunge un altro dramma a quelli già vissuti da quella gente, il Centro elabora un piano di sviluppo organico delle zone terremotate e attua le famose «50 giornate di pressione»: digiuni, scioperi, blocchi stradali, marce ecc., che costano nuove denunce e processi. Ammontano a 35 le condanne ricevute dal gruppo Dolci in quel periodo. Una forma di protesta che mette in evidenza la creatività della nonviolenza viene fuori da questa situazione di crisi. Il 25 marzo 1970, due collaboratori di Dolci si barricano nei locali del «Centro studi e iniziative» di Partinico, dove hanno installato una potente radio clandestina, e trasmettono: «S.O.S. Qui parlano i poveri cristi della Sicilia occidentale, attraverso la radio della nuova resistenza (...) Abbiamo il diritto di parlare e di farci sentire (...) Qui si sta morendo perché si marcisce di chiacchiere e di ingiustizie (…) Ciascuno che ascolta questa voce avverta i propri amici, avverta tutti (...)». Per 27 ore consecutive, da questa «radio dei poveri cristi», le voci registrate di donne, bambini, vecchi, maestri, medici, lavoratori, denunciano le reali condizioni dei terremotati della valle del Belice, a distanza di due anni dal sisma. La forma di protesta escogitata raggiunge il suo scopo, che è quello di informare in modo clamoroso l'opinione pubblica democratica, facilitata dall'intervento repressivo delle autorità che impiegano un centinaio di poliziotti, carabinieri e pompieri per mettere a tacere una radio e arrestare due speakers nonviolenti.
Ma le inadempienze delle autorità politiche ed amministrative nei confronti della ricostruzione si prolungarono per anni. Si arrivò alla disobbedienza civile, alle grandi mobilitazioni popolari nonviolente, animate da Lorenzo Barbera che si era staccato da poco da Dolci. Ad un governo che non aveva rispettato le leggi votate dal Parlamento, ad uno «Stato fuorilegge» la gente decise di non pagare più le tasse, e anche i canoni del consumo dell'acqua e della luce. Il governo finì col legalizzare questo rifiuto sospendendo il pagamento delle tasse nella valle del Belice. Poi venne, contro lo «Stato fuorilegge», il rifiuto del servizio militare da parte dei giovani che chiedevano una sua conversione in servizio civile per la ricostruzione e lo sviluppo di quella zona. I chiamati alle armi furono arrestati e portati in caserma dai carabinieri, ma la lotta continuò e dopo un sit-in di 10 giorni e 10 notti davanti al Parlamento, la pressione nonviolenta dei siciliani fece votare una legge (30 novembre 1970) in cui si riconobbe il servizio civile per 3.000 giovani della Valle del Belice.
10. Il contributo di Giuliano Pontara. Alla diffusione del pensiero e del metodo gandhiano in Italia un solido contributo è venuto da Giuliano Pontara. Nato nel Trentino nel 1932, a vent'anni Pontara era stato costretto, non essendo l'obiezione di coscienza ancora riconosciuta in Italia, a espatriare clandestinamente per sfuggire al carcere che aspettava ogni obiettore di coscienza. Si recò in Svezia e in seguito venne a sapere di Capitini e del lavoro che stava svolgendo per il riconoscimento dell'obiezione di coscienza e per la nonviolenza. Tra i due si stabilì un intenso rapporto epistolare e Capitini lo incoraggiò a proseguire gli studi, Pontara, che si è laureato in filosofia morale presso l'università di Stoccolma, oggi insegna etica e filosofia della politica presso la stessa università ed è diventato un profondo conoscitore del pensiero di Gandhi e del metodo Satyagraha. Alla diffusione e comprensione della nonviolenza in Italia ha contribuito collaborando ad «Azione Nonviolenta» e particolarmente preziosa è stata la sua presenza in molti convegni di studio organizzati dal Movimento Nonviolento o da altri gruppi e istituzioni. In questi convegni ha portato importanti chiarimenti nella definizione ed analisi dei problemi della violenza politica e della nonviolenza dal punto di vista «satyagraha», cioè dal punto di vista del gandhismo ortodosso.
Dopo due saggi sul pensiero di Gandhi, usciti nella Rivista di filosofia, Pontara ci ha preparato, con una importante introduzione, la migliore antologia italiana di scritti politici di Gandhi, che è oggi indispensabile per conoscere la nonviolenza gandhiana. Il suo libro più importante affronta uno dei problemi nodali dell'etica e della politica, quello del rapporto tra i mezzi e i fini: “Se il fine giustifichi i mezzi” 7.
11. Il contributo di Jean-Marie Muller. Risale al 1971 la penetrazione in Italia del pensiero nonviolento di Jean-Marie Muller (francese, nato nel 1939), prima sotto forma di articoli e opuscoli, poi con la traduzione e pubblicazione dei suoi libri che hanno avuto un certo successo e sono stati letti e largamente utilizzati dai gruppi nonviolenti italiani.
Pur non trascurando le premesse religiose, etiche e filosofiche della nonviolenza, Muller, che ha fatto personalmente esperienza del rischio di inconcludenza pratica in cui incorrevano spesso i nonviolenti, ha enfatizzato gli aspetti militanti, la strategia, la politica, l'azione. Mentre nel primo libro, intitolato Il Vangelo della nonviolenza*, ha voluto provocare i cattolici e i cristiani a meditare sul messaggio nonviolento del Vangelo, nell'altro, intitolato Strategia della nonviolenza, ha ripensato e riorganizzato in modo originale i problemi teorici e pratici della nonviolenza, fornendo una sistemazione coerente di principi e regole che sono emersi qua e là nell'esperienza storica.
Il secondo libro ha risposto bene alle richieste dei gruppi nonviolenti italiani, non sempre sufficientemente preparati ad affrontare un dibattito sulla nonviolenza che andasse al di là di qualche intuizione e di qualche riferimento alle azioni di Gandhi e di Martin Luther King. Con Muller la nonviolenza non si affida più alla casualità e improvvisazione di idee dettate da buoni sentimenti ma ad un linguaggio coerente e razionale. Riprendendo vecchi argomenti ed obiezioni, aiutando a valutare il peso giusto e reale delle argomentazioni, Muller ha mostrato un'immagine della nonviolenza che permettesse di liquidare vecchi equivoci e malintesi che non le davano la
possibilità di incidere sulla realtà politica. Il problema infatti era quello di non rinchiudere ed esaurire la nonviolenza nel quadro ristretto di una morale individuale ma, come azione, organizzarla nel quadro di una strategia politica. Il contributo di Muller si è aggiunto al lavoro svolto da Capitini, che per più di trent'anni è stato il solo maestro della nonviolenza militante.
Mentre la nonviolenza di Capitini era profondamente pervasa di spiritualità e fortemente caratterizzata da una metafisica (la «compresenza», la «realtà di tutti») per cui spesso risultava estranea ai «Politici», Muller, invece, pur rifacendosi a sua volta all'esperienza cristiana, ha costantemente ricercato l'autonomia del discorso nonviolento dalle sue premesse religiose e metafisiche perché fosse maggiormente inteso anche da chi era sordo da quell'orecchio, non essendo credente e non vivendo alcun tipo di esperienza religiosa. Capitini si rivolgeva soprattutto all'intimo e cercava di produrre la persuasione nonviolenta, l'uomo nuovo, la trasformazione interiore; Muller ha cercato invece di parlare soprattutto il linguaggio della politica, si è rivolto alla ragione mostrando l'efficacia di strategia e tecniche. Dobbiamo aggiungere comunque che, nonostante gli sforzi di Muller, la parte filosofica, l'argomentazione rivolta alla persuasione è rimasta la parte più forte rispetto alla pratica, alla tecnica, alla strategia.
12. La difesa popolare nonviolenta. Con la pubblicazione di un documento, elaborato da un gruppo francese, nel 1972 la rivista «Azione Nonviolenta» ha attivato l'interesse dei gruppi nonviolenti italiani per le tecniche e le strategie della nonviolenza applicate ai conflitti tra stati.
A questa alternativa nonviolenta alla difesa militare si è dato il nome di difesa popolare nonviolenta (DPN) e gli obiettori di coscienza hanno potuto dotarsi di solidi argomenti e proposte pratiche per controbattere la sempre ricorrente obiezione benpensante che le forze armate sono l'unica forma di difesa della «patria». L'idea di una difesa popolare nonviolenta cioè di una difesa civile fondata sull'azione di tutto un popolo e sull'uso di tecniche nonviolente per contrastare e impedire invasioni o oppressioni di natura militare, ha avuto in questi ultimi anni una certa diffusione e «popolarità» !. L'argomento è stato continuamente ripreso e approfondito sia in pubblicazioni sia in convegni di studio come quello di Padova (1974) con J.M. Muller, di Verona (1979), di Vicenza (1982) con Theodor Ebert. Di questo studioso tedesco, che è riconosciuto oggi come il maggior esperto di DPN, le Edizioni Gruppo Abele hanno pubblicato recentemente una raccolta di saggi '!. Un Centro Ricerche per la Difesa Popolare Nonviolenta, promosso da militanti nonviolenti e da obiettori di coscienza, ha incominciato ad operare a Padova.
13. Il confronto tra marxismo e nonviolenza. A partire dalla metà degli anni Settanta un impegnativo confronto si è svolto tra la nonviolenza, intesa come dottrina politica e metodo di lotta, e il marxismo inteso come teoria della transizione dal capitalismo al socialismo. Il dibattito ha preso il via con la pubblicazione su «Azione Nonviolenta» (gennaio 1974) di un saggio del filosofo marxista polacco Adam Schaff, intitolato La teoria marxista sulla rivoluzione e sulla violenza. In esso si invitava a considerare i rapporti tra marxismo e rivoluzione da un punto di vista nuovo, quello secondo cui il progetto rivoluzionario marxista (come risulta dall'analisi di Schaff) non pone come indispensabile alla sua attuazione il ricorso alla violenza.
Si aprivano quindi possibilità per un confronto tra marxismo e nonviolenza come strategie del cambiamento, Il dibattito, aperto sulle pagine della rivista, è durato alcuni anni e ha avuto anche delle verifiche esterne in due convegni, uno a Firenze nel 1975 e uno a Perugia nel 1978. Di entrambi sono stati pubblicati gli atti dove si possono leggere interventi di Norberto Bobbio, Giuliano Pontara, Roger Garaudy, Vincent Laure, Maurice Debrach, Lorenzo Barbera, Antonino Drago, Alberto L'Abate, Lelio Basso, Nicola Badaloni, Leonardo Tomasetta, Italo Mancini, Adalberto Minucci e tanti altri. Il confronto è stato dei più difficili e ha messo in evidenza, più che la scarsa conoscenza della dottrina marxista da parte dei nonviolenti, l'ignoranza da parte dei marxisti della dottrina positiva della nonviolenza, spesso ridotta per questa ragione all'immagine stereotipa e superficiale del pacifismo ingenuo e assolutistico, incapace di azioni collettive. I nonviolenti si sono invece misurati realmente con quanto di buono poteva offrire la dottrina marxista in vista di una nuova e più adeguata dottrina politica, Se i marxisti hanno mostrato interesse quasi solo per le possibilità offerte dalla nonviolenza come tecnica ulteriore da aggiungere alle altre usate nelle lotte di ispirazione marxista, i nonviolenti, molto interessati a valorizzare le capacità di analisi del marxismo, hanno tratto maggior profitto per la loro riflessione e la loro ricerca, soprattutto riguardo alle possibilità di una rivoluzione nonviolenta come alternativa alla violenza rivoluzionaria.
14. I radicali. Senza entrare nel merito di una valutazione della politica radicale di questi ultimi anni, dobbiamo ricordare il contributo che questo gruppo politico, almeno a partire dal 1970, ha dato alla diffusione della nonviolenza in Italia facendola entrare nei grandi circuiti dell'informazione di massa.
Unico partito italiano che si sia ispirato alla nonviolenza militante e abbia voluto dare di sé un'esplicita immagine nonviolenta, il PR ha utilizzato ampiamente tecniche nonviolente come i digiuni, le marce, le autodenunce, le manifestazioni di protesta davanti ai luoghi politici (Parlamento, partiti, ecc.), istituzionali (ministeri, tribunali, carceri, commissariati di polizia, caserme, ecc.) o nei centri universali della religiosità confessionale (piazza S. Pietro), i sit-in, le contestazioni giudiziarie, le irruzioni nonviolente in particolari locali (ad esempio: negli uffici della Rai-TV) ecc. Queste tecniche, prese a prestito dalla tradizione dei movimenti per la pace e i diritti civili anglosassoni, sono state utilizzate e riproposte dal PR sempre con una notevole creatività e fantasia politica. Nelle mani dei radicali, le tecniche dell'azione diretta nonviolenta e della disobbedienza civile sono diventate efficaci mezzi di pressione e di comunicazione di messaggi politici tesi a sollecitare l'approvazione di alcune leggi o la correzione di altre di contenuto autoritario e antidemocratico.
Con le sue iniziative politiche, questo partito è riuscito spesso a indirizzare verso obiettivi precisi e vincenti il movimento italiano per i diritti civili. Vogliamo ricordare, tra i successi, l'efficace pressione nonviolenta che nel 1972, dopo un drammatico digiuno di 38 giorni (da parte di Marco Pannella e Alberto Gardin) ha portato finalmente al riconoscimento del diritto all'obiezione di coscienza in Italia.
I radicali, contro i vari miti della violenza politica circolanti nel nostro paese, hanno dimostrato che la nonviolenza era capace di offrire tecniche di lotta civile e democratica alla portata di tutti, indipendentemente dalle condizioni di vita e dalle credenze ideologiche o religiose, e che quindi non era necessariamente destinata ad una sterile testimonianza individuale. La nonviolenza offriva forme di lotta che non rafforzavano le ragioni dell'avversario e non potenziavano le strutture repressive dello Stato, come invece è accaduto con l'uso della violenza (anche terroristica) da parte dei gruppi «rivoluzionari» dell'estrema sinistra post-sessantottesca.
Per far circolare le idee e le tecniche della nonviolenza tra i propri militanti, il PR ha avuto dal 1977 anche una rivista (discontinua nelle pubblicazioni) intitolata «Alternativa Nonviolenta».
15. Una presenza sempre più estesa. Senza farne la storia (o la cronaca), dobbiamo ricordare l'apporto prezioso, alla diffusione della nonviolenza, di molti piccoli gruppi e piccoli movimenti che ne hanno tenuto desto l'interesse con azioni alla portata dei loro mezzi modesti e con la diffusione di pubblicazioni. Tra i più attivi: i gruppi del Movimento Nonviolento (MN) fondato da Aldo Capitini, del Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR), della Lega degli Obiettori di Coscienza (LOC), della Lega per il Disarmo Unilaterale (LDU), fondata dallo scrittore Carlo Cassola, del Movimento Cristiano per la Pace (MCP).
Non vogliamo dimenticare il ruolo svolto da un'altra rivista nonviolenta, «Satyagraha». Nata a Torino nel 1971 per iniziativa di un gruppo del MN, essa ha svolto una non trascurabile azione divulgativa, soprattutto tra i giovani, avvalendosi di una estrema semplificazione del messaggio nonviolento. Si è estinta nel 1982 confluendo in «Azione Nonviolenta».
Molto interesse per la nonviolenza hanno mostrato in questi ultimi anni alcune organizzazioni cattoliche e associazioni direttamente o indirettamente operanti nel campo del servizio civile degli obiettori di coscienza: la Caritas Italiana, che pubblica «Servizio Civile», un bollettino di collegamento tra obiettori aperto ai problemi della nonviolenza, l'Agesci, che tra l'altro ha organizzato tramite la sua rivista «Servire» un convegno su «Educazione e Nonviolenza» (Roma 1979), Mani Tese, Pax Christi.
Per rispondere ad una sempre maggiore richiesta di informazione, sono sorti e stanno sorgendo centri di documentazione sulla pace, il disarmo e la nonviolenza
(Torino, Brescia, Napoli, Roma ecc.) e piccole case editrici come la cooperativa editrice Satyagraha di Torino. E un pullulare di iniziative varie che fanno sperare in una crescita non solo estensiva ma anche qualitativa della nonviolenza in Italia.
16. Tutto quello che abbiamo detto fin qua serve a dimostrare come il disgelo nei confronti della nonviolenza sia già avvenuto, il terreno sia stato in vario modo già preparato, dissodato, concimato. La pubblicazione in italiano dell'ampia ricerca di Sharp rappresenta una ulteriore, potenziale occasione di maturazione, di elaborazione, di crescita, di sviluppo; non cade cioè in un momento sbagliato, Ci troviamo di fronte a condizioni che precedono salti di qualità e forse l'assunzione di impegni non diversi ma più precisi e rivolti ad approfondire l'efficacia pratica della nonviolenza.
2. Sulla nonviolenza negli USA
Vogliamo ora vedere su quale terreno è cresciuta l'opera di Sharp, prima di analizzarne e presentarne il contenuto.
1. I precursori. Gli Stati Uniti d' America hanno un'importante tradizione nonviolenta, in gran parte nota anche da noi. Risalendo ai precursori, dobbiamo ricordare H.D. Thoreau (1817-1862), l'autore de La disobbedienza civile e primo «obiettore fiscale» della storia moderna che rifiutò di pagare le tasse allo stato federale perché questo permetteva lo scandalo della schiavitù dei negri. Si potrebbe andare, ancora più in là, alle origini della stessa storia americana ricordando la nonviolenza degli indiani Hopi (i pacifici) o di minoranze religiose come i Mennoniti e i Quaccheri. Un quacchero, William Penn (1644-1718), fondò nel 1682 lo stato pacifista della Pennsylvania rimasto autonomo fino al 1756. In esso non si faceva guerra agli indiani ma si praticava la nonviolenza, la libertà religiosa, la tolleranza verso tutti i perseguitati. La stessa Rivoluzione americana si espresse all'inizio nella forma nonviolenta del boicottaggio dei prodotti inglesi,
2. Martin Luther King. Ma il vero avvio al movimento nonviolento americano l'ha dato, il i dicembre 1955, «mamma» Rosa Parks, la sarta negra di Montgomery che tornando a casa dal lavoro si rifiutò di cedere ad un bianco il suo posto sull'autobus, come volevano le leggi segregazioniste. Quell'episodio portò al famoso boicottaggio degli autobus di Montgomery, durato 382 giorni, che fu la prima azione della lunga rivolta nonviolenta dei negri d' America che rivelò un leader nonviolento della statura di Martin Luther King (1929-1968). Con la nonviolenza applicata al problema dei diritti civili si risvegliò l'aggressività dei negri, fino ad allora rassegnati alla subordinazione razzista. Luther King fu per il suo popolo il «nuovo Mosè» che lo conduceva verso la terra promessa della libertà, per il movimento americano il «nuovo Gandhi» che con le marce, i boicottaggi, i sit-in, la sfida nonviolenta alle leggi ingiuste dimostrava che la nonviolenza attiva poteva vincere grandi battaglie civili. Luther King fu travolto a Memphis (1968) dall'odio dei razzisti ma la sua lotta e il suo martirio costituirono la prima presa di coscienza nonviolenta di molti progressisti bianchi e una prima messa in questione del sistema americano,
3. César Chavez. Dopo quella di Luther King e del movimento per i diritti civili, l'altra esperienza nonviolenta di rilievo autonomo è quella di César Chavez che ha fondato, in un paese in cui i sindacati sono i bastioni del controllo sociale e del conservatorismo, un sindacalismo nonviolento di ispirazione gandhiana. Anche qui ci troviamo di fronte ad una lotta condotta da una minoranza oppressa: i lavoratori agricoli della California di origine messicana, i chicerios. L'azione di Chavez ha avuto per un certo periodo (1965-1972) notevole popolarità ed ha ricevuto sul piano nazionale il sostegno dei gruppi nonviolenti e di almeno il 10% degli americani che aderirono alle campagne di boicottaggio di prodotti agricoli californiani «non sindacalizzati» come l'uva, l'insalata, alcune marche di vino, Con pazienza e coerenza nel metodo nonviolento, Chavez è riuscito ad imporre una sua organizzazione sindacale, la United Farm Workers (U.F.W.). Non sembra comunque che le altre organizzazioni nonviolente americane abbiano colto l'importanza delle azioni di Chavez
(proprio perché investono il mondo del lavoro e dell'economia) nello sviluppo di una politica della. nonviolenza.
4. I movimenti. Al di fuori delle esperienze di Luther King e di Chavez, non è possibile avere un'idea della nonviolenza americana senza vederla in quella corrente continua di movimenti diversi che hanno agitato l'America in questi ultimi vent'anni: da quello degli studenti a quello contro la guerra, dal movimento di liberazione sessuale a quello femminista, dal movimento della controcultura, con le sue alternative nella vita quotidiana, nel campo dell'alimentazione e dell'editoria, a quello ecologico, antinucleare ecc. II movimento nonviolento ha attraversato tutti questi altri movimenti senza darsi una propria autonomia e senza prendere coscienza della propria collocazione specifica. Spesso, nella forma più autonoma, si è identificato in vecchie organizzazioni come l' American Fellowship of Reconciliation (fondata nel 1915), la War Resisters League (1923), la Women's International League for Peace and Freedom (1915). Queste organizzazioni hanno poco peso nella società americana ma la loro presenza è stata indispensabile nelle azioni nazionali di sostegno alle lotte di Luther King, di Chavez e nella organizzazione delle azioni anti-guerra del Peace Movement (1965-1975).
Solo dopo la fine della guerra del Vietnam il movimento nonviolento ha cercato di strutturarsi, anche se in un momento di generale caduta della militanza e della mobilitazione politica.
5. The Movement for a New Society. Una delle manifestazioni oggi più interessanti del movimento nonviolento americano, che è iniziata nel 1971 con il Life Center (Centro di vita) di Filadelfia, una comunità urbana di formazione e di azione nonviolenta, è il Movement for a New Society (Movimento per una nuova società).
Questo movimento, che si autodefinisce «nonviolento, decentralizzato, non gerarchizzato e non sessista», sta cercando di sviluppare un'analisi del sistema americano e delle proposte per un mondo migliore. La sua principale caratteristica è la volontà di mettere in pratica, fin da oggi, i valori della nuova società da costruire, sviluppando nuove forme di relazioni umane, Perciò grande importanza è attribuita alla costituzione, accanto alle vecchie istituzioni, di organizzazioni sociali parallele come i gruppi comunitari e particolare impegno è rivolto alla individuazione di tecniche di formazione degli organizzatori e di preparazione all'azione diretta nonviolenta.
Questo movimento, sulle cui capacità di continuare a svilupparsi non sappiamo ancora molto, ha cercato di combinare positivamente nonviolenza personale e nonviolenza politica, attiva militanza e vita comunitaria, crescita personale, liberazione umana e azione per il cambiamento sociale. È un movimento, per dirla in breve, che si muove in direzione di una sorta di socialismo utopistico, certamente non rigoroso ma non senza una reale capacità di cogliere aspetti della vita che da noi si è abituati a giudicare politicamente trascurabili. Una griglia ideologica già predisposta determina infatti, nella nostra area «progressista», una precomprensione e poco accorta interpretazione di ciò che accade altrove.
Un libro collettivo espone il programma del movimento: Moving Towards A New Society 13. Ha scritto George Lakey, uno dei leader; «Noi siamo creature del vecchio sistema che tuttavia vogliono aiutare a costruire il nuovo. Uno dei nostri programmi deve essere noi stessi».
6. Caratteristiche della nonviolenza americana. Ricercando i tratti rilevanti della nonviolenza americana, dobbiamo sottolineare il concetto di «resistance». Il nonviolento americano vuole trasformare il sistema semplicemente resistendogli. Così resisters (resistenti) sono stati gli obiettori di coscienza, i renitenti, i disertori della guerra del Vietnam, i pacifisti che in pubbliche manifestazioni bruciavano le cartoline di chiamata alle armi o ne organizzavano la restituzione massiccia alle autorità.
Resisters erano i pacifisti che assediarono il Pentagono col sit-in gigantesco dell'ottobre 1967, o marciarono per porre fine alla guerra (End the War), o cercarono di ritardare la partenza di navi cariche di armi e di soldati destinati al Vietnam, Resisters erano le 13.500 persone che nel May-Day (maggio 1971) a Washington si fecero arrestare per «fermare» un governo che non voleva «fermare» la guerra. Resisters erano i fratelli Berrigan che andavano a bruciare nei centri di reclutamento gli schedari che servivano a mobilitare i giovani per la guerra. Resistenza (War Tax Resisfance) era anche il rifiuto di pagare la parte d'imposta che corrispondeva al budget militare.
Altri aspetti sono l'individualismo e il volontarismo, segni di una scarsa politicizzazione ma anche di una concezione della politica che vede la rivoluzione sociale strettamente legata al cambiamento personale. Il concetto di liberazione (liberation) è quello più frequentemente espresso: liberazione dell'uomo, della donna, dei bambini, degli anziani, del diverso ecc.
Un'altra espressione caratteristica è il training, la preparazione, l'addestramento. Le tecniche di formazione sono largamente utilizzate da più di vent'anni nel movimento nonviolento americano e si fondano soprattutto sulla dinamica di gruppo, ma nuove tecniche sono continuamente inventate, elaborate, adattate. Recentemente il Life Center di Filadelfia, che è la parte trainante del Movement fora New Society, si è ispirato alla teoria e pratica pedagogica di Paulo Freire per formulare tecniche indirizzate alla formazione di una comunità, alla coscientizzazione, alla presa di decisione democratica, alla soluzione dei conflitti all'interno dei gruppi, all'efficace gestione di una riunione. Un rilievo negativo che possiamo fare è che il training tende ad istituzionalizzarsi, a diventare quasi una forma di rito.
Tipici del modo di lavorare del movimento nonviolento americano sono: la tendenza ad una preparazione minuziosa delle azioni e delle manifestazioni e la suddivisione dei militanti in collettivi o gruppi di affinità (Affinity Groups). Un mezzo di formazione politica, introdotto recentemente, è la macro-analyse. Essa si fonda sul fatto che un numero qualsiasi di persone può leggere più di un individuo isolato. La macro-analisi permette la ridistribuzione dell'informazione nel corso di sedute periodiche e un gruppo può così conoscere i problemi che si pongono in una determinata società e le strategie possibili del cambiamento. Non si tratta di un «lavoro di gruppo» come si intende da noi, La cosa più importante è il coinvolgimento di ciascuno e del gruppo nel suo insieme in vista di un'azione particolare da compiere.
Questo metodo rivela la sua importanza quando si pensa alla scarsa abitudine alla riflessione politica presente nei movimenti americani.
Un'altra cosa da sottolineare è l'assenza totale di un confronto con la teoria marxista del cambiamento sociale. Questo è un dato significativo. La stessa parola «capitalismo» è raramente usata o pronunciata, forse perché nella società americana rischia di suonare «rossa». Per la stessa ragione la questione politica fondamentale, quella del potere e dello Stato, è più elusa che affrontata realmente.
Comunque, quello che colpisce in generale del movimento nonviolento americano è l'enorme creatività, la ricchezza e varietà degli approcci, dei fini, dei tipi di azione. Oggi il movimento è un laboratorio in cui si sperimenta di tutto. E, anche se non abbiamo parlato di libri, dobbiamo riconoscere che le opere di studiosi, militanti e organizzatori nonviolenti come R. Gregg, J. Bondurant, D. Dellinger, B. Deming,
Dorothy Day, A.J. Muste, Saul Alinsky, George Lakey, G. Sharp ed altri costituiscono per noi una delle più interessanti riflessioni sulla nonviolenza militante che possiamo fare.
7. Una nonviolenza all'americana? Accanto al movimento c'è un altro mondo, quello dei ricercatori (Peace Researchers), delle università, dei centri di studio sulle strategie e i conflitti, delle accademie della pace, degli istituti di affari internazionali. Alla base di questo interesse istituzionale per la nonviolenza, come metodo per risolvere i conflitti, c'è un'ingenuità tipicamente americana, il credere cioè che sia possibile una tecnica «neutra» applicabile secondo i bisogni e le possibilità, una nonviolenza come mezzo tecnico separato da ogni analisi politica e orientato verso fini non precisati.
Si mettono insieme tecniche e metodologie prese a prestito dalle più varie discipline e dai più vari ambienti come quelli medici, universitari, aziendali, commerciali, militari ecc. Il tutto si trasforma in manuali scientifici, dotte dissertazioni e articoli per riviste accademiche. Specialisti votati alla ricerca, e integrati nel sistema americano, ci diranno (prima ancora di aver analizzato per sé le vere cause della guerra e della violenza) quali sono le vie giuste della pace e le migliori tecniche per risolvere i conflitti. Andiamo dunque verso una nonviolenza di soli mezzi tecnici, una nonviolenza da tecnocrati?
3. Il contributo di Gene Sharp
1. Gene Sharp. Nato in USA a North Baltimore (Ohio) il 21 gennaio 1928, Sharp è stato per trent'anni uno studioso di prim'ordine nel campo dell'azione nonviolenta.
II suo primo lavoro sulla nonviolenza risale al 1951 ed è la sua tesi di dottorato (Master of Arts) in sociologia presso l'Ohio State University, intitolata Nonviolence: A Sociological Study. Trasferitosi a New York, dove si mantenne con lavori part-time, ha continuato la sua ricerca sulla nonviolenza. A 25 anni, nel 1953, ha già completato la stesura del suo primo libro importante, un'analisi dell'opera politica di Gandhi, che sarà pubblicato nel 1960 dalla Navajivan Publishing House, la famosa casa editrice indiana fondata da Gandhi. La prefazione è di Albert Einstein che lo aveva incoraggiato e sostenuto in quel lavoro.
Sharp ha avuto anche un impatto personale con gli effetti della disobbedienza civile nonviolenta e, tra gli studiosi americani di scienze dei conflitti, è quello che ha avuto più stretti contatti con i leader e i movimenti nonviolenti. Nell'aprile del 1953 è stato condannato a 2 anni di prigione per aver rifiutato la coscrizione militare. Ha ottenuto la libertà sulla parola dopo 9 mesi. Uscito di prigione ha fatto il segretario personale di A.J. Muste (1885-1967), uno dei padri fondatori del movimento pacifista e nonviolento americano. Dal 1955 al 1958 è stato a Londra, dove ha svolto attività redazionale (assistant editor) presso il più importante periodico nonviolento britannico «Peace News». Per alcuni mesi del 1957 è stato research fellow (ospite ricercatore) dell'Università di Oslo su invito dell'Institute for Philosophy and the History of Ideas. Qui ha svolto ricerche e tenuto lezioni sulla nonviolenza.
Dal 1958 al 1960 ha condotto sempre come research fellow, ricerche e studi sulla nonviolenza con un finanziamento dell'Institute for Social Research di Oslo. Da questo momento la sua presenza nel mondo accademico anglosassone è stata sempre più varia ed intensa. È stato studente, ricercatore, assistente o docente in numerose istituzioni accademiche americane come la University of Massachusetts, la Boston University, il Center for International Affairs della Harvard University, la Brandeis University, ecc.
Nel 1968 ha conseguito il dottorato in filosofia (Doctor of Philosophy) presso la Faculty of Social Studies della Oxford University. La sua tesi, in teoria politica, era composta di ben 1500 pagine: The Politics of Nonviolent Action, A Study in the Control of Political Power. Questo lavoro costituisce la base dell'opera che ora viene pubblicata in italiano e che è soltanto una parte di una più ampia ricerca ancora in fieri.
Tra le altre, numerose, pubblicazioni di Sharp vogliamo citare soltanto quelle fondamentali: Exploring Nonviolent Alternatives (1970), Gandhi as a Political Strategist (1979), Social Power and Political Freedom (1980), Making Europe Unconquerable: The Potential of Civilian-Based Deterrence and Defense (1982, 11 ed. rivista 1984).
L'accoglienza e l'interesse internazionale per l'opera di Sharp è notevole ed è testimoniata dalla traduzione in numerose lingue (spagnolo, portoghese, olandese, arabo, ebraico, giapponese, tailandese ecc.) delle sue opere o di riduzioni, in particolare della fondamentale The Politics of Nonviolent Action. Estratti di quest'opera sono stati pubblicati in lingua polacca su Annex, rivista di Solidarnosc che si stampa a Londra e viene diffusa clandestinamente in Polonia.
Oggi Sharp è direttore del Program of Nonviolent Sanctions del «Center for International Affairs» della Harvard University e sta conducendo con i suoi allievi e collaboratori la ricerca più vasta che sia stata mai intrapresa sulle alternative nonviolente.
2. Sharp e Machiavelli ovvero la nonviolenza come scienza. William B. Watson del Massachusetts Institute of Technology ha definito Sharp il «Machiavelli della nonviolenza» (Sharp is the Machiavelli of Nonviolence). Che cosa significa? Certamente Watson non ha voluto dire che Sharp ha aperto un capitolo nuovo della storia del «machiavellismo», cioè delle violenze e delle astuzie della politica. Dobbiamo distinguere Machiavelli e «machiavellismo». Non possiamo scaricare sull'autore de Il principe tutte le scelleratezze della politica, che sono invece la materia da lui studiata. Se separiamo il metodo dall'oggetto di studio ci accorgiamo che il confronto è possibile.
Machiavelli nella storia dei principi ha cercato la «lezione dei fatti»; ha studiato i fatti storici per ricavarne utili insegnamenti. Non gli mancavano ideali e credenze personali, ma non ha voluto introdurli nella sua analisi, per giungere ad un giudizio imparziale, da ricercatore, diremmo oggi da «scienziato». Rifiutando il condizionamento di idee filosofiche e principi etici o religiosi, ha voluto riflettere solo sulla base dell'esperienza politica. Non gli interessava giudicare il bene e il male ma l'efficacia. Per questo la sua concezione della politica fa di questa una tecnica, una pura arte dell'esercizio del potere. Machiavelli è colui che ha «laicizzato» il pensiero politico e ha posto le basi del metodo empirico della moderna scienza politica.
Come Machiavelli anche Sharp tenta un lavoro di fondazione, assumendo di fronte all'azione nonviolenta lo stesso atteggiamento che ha lo scienziato di fronte ai fatti che interessano la scienza. Il suo problema è quello di far uscire il metodo nonviolento dall'arretratezza e dal sottosviluppo per trasformarlo da idealismo praticamente inapplicabile in scienza politica. Attraverso l'analisi imparziale dei fatti storici, anche Sharp cerca la lezione dell'esperienza, lavora all'articolazione dell'«utile» e del «desiderabile», di «virtù» e «necessità». Fare della nonviolenza una scienza significa imparare dalle azioni nonviolente dei passato, dai loro successi e dai loro fallimenti, considerare tutte le variabili, accumulare conoscenze che permettano sempre più successi in futuro, E un'impresa degna di Machiavelli.
La nonviolenza come scienza non è utopia, elucubrazione cerebrale, gratuita anticipazione, ma tentativo di spiegare fatti empirici mediante una visione generale della connessione dei fatti politici. Il postulato centrale della concezione machiavelliana della politica è valido anche per Sharp: il politico (il nonviolento) analizzi con rigore una certa situazione, ponderi tutte le ipotesi e abbia un cervello capace di girarsi seguendo il «vento della fortuna».
Per quanto riguarda il problema del rapporto tra politica e morale, Machiavelli aveva introdotto un nuovo metro di misura per stabilire il valore dell'azione politica. A questo metro di misura erano estranei la morale e la religione. Lo stesso vale per Sharp. Entrambi stabiliscono il valore dell'azione politica nella scelta di mezzi che risolvano il problema dell'efficacia, anche se poi i mezzi trovati efficaci saranno diversi.
Sharp rinuncia in partenza a insistere sul primato morale della nonviolenza, cosa che lo porrebbe su un piano moralistico più che politico. Per lui l'azione nonviolenta è un'azione efficace, una dimostrazione di forza, una soluzione pratica ad un problema concreto, una disciplina dell'azione, non una mistica, non «un atto di ingenuità moralistica». Pensa che la nonviolenza potrebbe avere maggiori applicazioni nelle situazioni di conflitto se la gente si convincesse della sua efficacia attraverso una partecipazione diretta, l'osservazione e l'insegnamento. Anche la tensione tra il desiderio di aderire ad un'etica nonviolenta e l'esigenza di essere efficace nei conflitti reali potrebbe ridursi o essere del tutto rimossa attraverso l'apprendimento di strategie concrete e attuabili,
Sharp insiste sui motivi pratici, sul fatto che certi elementi o principi della nonviolenza non derivano da ragioni estranee alla natura «pratica» del metodo: «(...) il requisito che i volontari conservino un comportamento nonviolento affonda le sue radici nelle dinamiche del metodo nonviolento e non è un'accentuazione estranea introdotta da moralisti o da pacifisti». E vero che spesso non si è raggiunta una comprensione del valore della condotta nonviolenta perché ci si è accontentati di generalizzazioni insufficienti sulla «bontà» o maggiore «moralità» della nonviolenza. Reazioni emotive, generalizzazioni filosofiche o sentimenti religiosi hanno spesso bloccato gli sforzi tesi, in passato, a rendere efficace l'azione nonviolenta, ostacolato invece che promosso la sostituzione del metodo della violenza politica con quello della nonviolenza. Infatti, pacifisti e nonviolenti per principio, dimenticando di distinguere tra credenze personali e tecniche nonviolente e confondendo i «requisiti essenziali» con i «perfezionamenti secondari», hanno spesso allontanato potenziali utilizzatori delle tecniche nonviolente.
Per Sharp si tratta ora di scavalcare l'isolamento dei nonviolenti presentando la nonviolenza come un'alternativa realistica per i nostri tempi, le nostre situazioni e i nostri problemi. Nella sua opera non troveremo espressioni, che siamo abituati a trovare in altri scritti sulla nonviolenza, come «ricorso alla forza dell'amore e della verità», «amore del proprio nemico», «mobilitazione delle coscienze», «testimonianza dell'uomo disarmato», «fiducia nell'uomo», «apertura allo sviluppo e all'esistenza di ogni essere» ecc.
Se Martin Luther King aveva scritto: «AI centro della nonviolenza è posto il principio dell'amore (...) Il resistente nonviolento non solo si rifiuta di sparare contro il suo avversario ma si rifiuta anche di odiarlo», Sharp sottolinea invece come questa estrema accentuazione dell'amore abbia allontanato, non poche volte, gli oppressi dall'uso dei mezzi nonviolenti per attuare la propria liberazione: «Quando viene compresa come uno dei requisiti essenziali di un'azione nonviolenta (invece che un suo utile perfezionamento), l'esigenza di ‘‘amare'' persone che si sono macchiate di azioni crudeli può allontanare una categoria di persone giustificatamente aspre ed incapaci di amare il loro avversario, spingendole a ricorrere alla violenza come al metodo più coerente con il loro sentimento di amarezza e di odio».
L'azione nonviolenta, secondo Sharp, non richiede a chi la applica di «amare» per forza il proprio nemico. Si fa notare come questo metodo sia stato spesso applicato con successo da persone che odiavano il proprio avversario e desideravano imporgli la propria volontà. Non si manca di prendere in considerazione gli atteggiamenti emotivi, ma solo per riconoscere che trattenere l'odio aperto e l'ostilità rende più efficace il metodo. Dice Sharp: «Gli appelli ad amare il nemico sono dei richiami puramente emotivi e con motivazioni solo religiose di persone politicamente ingenue (...)». Ma aggiunge: «(...) Spesso è altrettanto ingenuo abbandonare o rifiutare ogni possibilità di considerare i membri del gruppo avverso come esseri umani e di trattarli con rispetto, in modo amichevole nei rapporti personali e perfino con “amore''». Per Sharp-Machiavelli non è un ideale di perfezione che bisogna conseguire ma degli obiettivi, il cui raggiungimento dipende anche dalla nostra capacità di astenerci dall'odio e da una aperta ostilità, dipende cioè da una nostra dimostrazione di «buona volontà».
Non ci piace la rimozione di ogni premessa morale, religiosa e filosofica della nonviolenza. Per molti nostri amici nonviolenti l'esclusione degli imperativi morali e religiosi, che impongono l'astensione dalla violenza, equivarrà ad un pugno sferrato in un occhio, come dovette esserlo nel Cinquecento per molti spiriti religiosi il principio di autonomia della politica affermato da Machiavelli. Ci chiediamo se sia possibile l'extramoralità della nonviolenza. D'altronde si è sempre discusso sull'ammissibilità dell'extramoralità della politica stessa, cioè del «machiavellismo». Sappiamo anche come è stato utilizzato nei secoli quel libro «semplicemente tecnico» che è Il principe di Machiavelli. Qui la nostra ragione e la nostra coscienza morale devono vigilare. Capitini osservava che «la cosa fondamentale non è la conoscenza del metodo come il possesso di uno strumento, ma ciò che è nell'animo, cioè l'apertura allo spirito della nonviolenza» [14].
Tuttavia non possiamo non riconoscere il valore metodologico dell'impostazione di Sharp. Il suo problema è il nostro stesso problema. Se alle giustificazioni filosofiche, ideologiche, della violenza noi possiamo contrapporre le giustificazioni filosofiche, ideologiche, morali, religiose della nonviolenza, alla violenza come tecnica di azione non possiamo che opporre una nonviolenza come tecnica d'azione più efficace. Questa efficacia dobbiamo provarla e migliorarla. Possiamo forse approfondire la nonviolenza senza discuterla, senza mai mettere in dubbio i suoi principi, senza criticare le sue tecniche e le sue aspirazioni, senza analizzarne i difetti, senza comprenderne le sue possibilità e i suoi limiti, senza altre analisi ed altre conferme?
Lo stesso Gandhi non ha presentato la nonviolenza come professione di fede o virtù religiosa ma come una scoperta scientifica: «I saggi antichi — diceva — che scoprirono la nonviolenza, furono degli scienziati più grandi di Newton, Faraday e Papin». E ancora: «I princìpi da cui ho ricavato le mie convinzioni sono veri quanto lo sono le definizioni di Euclide che non perdono di verità perché nella pratica non si è neppure in grado di tracciare una linea euclidea sulla lavagna» 15, Rivolgendosi una volta ad una assemblea del Partito del Congresso indiano, Gandhi ebbe a dire: «(…) per me la nonviolenza è un credo (...) ma io non l'ho mai presentata come un credo (...). L'ho presentata come un metodo politico destinato a risolvere problemi politici (...). In quanto metodo politico può essere sempre cambiato, modificato, trasformato, anche abbandonato per un altro» [16].
Gandhi ha raccontato nella sua autobiografia i suoi «esperimenti con la verità» e con la stessa onestà intellettuale di Machiavelli ha cercato di determinare le condizioni esatte dell'efficacia della nonviolenza. C'è una lezione per i nonviolenti d'oggi. Per essere in grado di esercitare un'influenza fondamentale, essi non solo non devono trascurare di addestrarsi sviluppando coraggio, abilità, «astuzia», ma anche devono cercare di accrescere «scientificamente» la potenziale efficacia della nonviolenza, trasmettendosi poi, di generazione in generazione, i risultati dei propri «esperimenti», il frutto delle proprie esperienze, la propria «scienza nonviolenta», come finora solo i violenti hanno saputo fare.
3. Sharp e Clausewitz ovvero: la nonviolenza come imperativo strategico. Abbiamo visto come il problema di Sharp sia soprattutto quello di tradurre in termini di azione efficace le teorie della nonviolenza. Una constatazione immediata, fondata sull'esperienza storica, ci dice che l'azione nonviolenta ha successo come «semplice strategia politica». Dire strategia significa dire «azione ben condotta», ricerca del terreno più favorevole, ricerca del successo. Per migliorare le possibilità di successo della strategia nonviolenta, Sharp non esita a confrontarsi con i maestri della strategia per antonomasia, la strategia militare,
Tra gli autori più citati c'è qui Clausewitz (1780-1831), i cui insegnamenti sono utilizzati anche per l'azione nonviolenta. Non è la prima volta che l'opera di questo famoso ufficiale prussiano, cioè Vom Kriege (Della guerra), viene utilizzata per definire strategie politiche e non militari. Sappiamo come essa abbia influenzato non solo i generali della seconda guerra mondiale, ma anche i rivoluzionari del nostro secolo, Fu Lenin che per primo, durante il suo esilio in Svizzera, studiò il libro, lo capì e lo prese a fondamento della sua strategia. Non c'è da meravigliarsi che l'esperienza
del grande stratega prussiano venga messa a profitto anche della nonviolenza. Come ha detto Lenin: «Le teorie fondamentali di Clausewitz sono diventate nell'era attuale patrimonio assoluto di ogni uomo pensante». L'altro stratega militare più citato è il generale inglese Sir Basil Liddell Hart. La sua opera Strategy: The Indirect Approach (1954), che è considerata un classico moderno della strategia, è abbondantemente utilizzata da Sharp.
Chi ha aderito alla nonviolenza attraverso un'esperienza filosofica, morale o religiosa non può, in un primo momento, non restare sorpreso dall'importanza attribuita da Sharp più alle strategie che ai principi. Può anche sorprendere l'uso, in un libro sulla nonviolenza, di termini provenienti dal mondo militare. Ma questo non deve spaventare, Espressioni come esercito, campagne, strategie, tattiche, attacco, fronte, resistenza, armi, disciplina ecc. sono già entrate nell'uso quotidiano in campi sociali e politici diversi ed erano usate anche da Gandhi. Vogliamo invece capire l'operazione fatta da Sharp.
Egli è convinto che per influire su un conflitto non basta agire «moralmente» ma è necessario conoscere ed applicare correttamente e intelligentemente le strategie e le tattiche dell'azione. Sono gli stessi esempi storici di azione nonviolenta a mostrare indirettamente l'importanza di tattiche e strategie, proprio per gli effetti negativi della loro assenza: problemi e fallimenti si sarebbero potuti evitare. Come la guerra anche la nonviolenza non può fare a meno di strategie e tattiche. Sharp è disposto ad imparare dai militari. Cita Sir Basil Liddell Hart: «(...) la condotta di guerra deve essere controllata dalla ragione se vuole raggiungere il suo obiettivo (...) Quanto migliore sarà la tua strategia, tanto più facilmente ti troverai in vantaggio e tanto meno tutto questo ti verrà a costare».
Sharp è cosciente (e lo dichiara esplicitamente) della incompletezza e provvisorietà del suo tentativo di colmare la vasta lacuna rappresentata dalla totale assenza di analisi strategiche delle lotte nonviolente del passato e dalla mancanza di studi sistematici sui principi fondamentali della strategia nonviolenta. Proprio la considerazione del difficile compito che si è assunto e la coscienza che nel campo dell'azione nonviolenta non si è ancora avuto uno sviluppo paragonabile a quello militare, lo porta a far ricorso alla vastissima esperienza militare là dove manca l'esperienza nonviolenta. Egli ritiene che se anche i concetti e i principi strategici militari non possono essere trasportati automaticamente nel campo dell'azione nonviolenta, non diminuisce comunque l'importanza di una tattica o di una strategia. Queste infatti possono essere valide tanto in azioni militari quanto in azioni nonviolente.
La scienza militare ha studiato e sperimentato attentamente problemi di strategia e di tattica e ne ha sviluppato notevolmente la teoria. Per rispondere a bisogni urgenti e per condurre azioni efficaci ha formulato principi, regole, sistemi. Si tratta di tradurli in un contesto diverso. Sharp ritiene di poter individuare una serie di questioni la cui soluzione può essere trasportata dalla strategia militare ad una strategia nonviolenta, considerando anche che ci sono aspetti in cui il punto di vista militare non può e non deve essere adottato perché la natura e la dinamica dei due tipi di lotta sono radicalmente differenti, come sono diversi i fini e le «armi». Quando appaiono validi per il metodo nonviolento, Sharp incorpora nella strategia nonviolenta principi che appartengono alla strategia militare o alla strategia tou-court.
Si possono considerare attentamente i problemi strategici che presentano i conflitti militari, studiare le soluzioni che vengono proposte, «approfittare» dell'esperienza militare a vantaggio della nonviolenza. Così se «un conflitto militare mostra che una resistenza o un attacco frontali non sono necessariamente la condotta più saggia, perché è lì che il nemico ha concentrato le sue forze», possiamo riconoscere che lo stesso principio vale per l'azione nonviolenta. Qui Sharp non cita Gandhi ma Napoleone: «È una massima comunemente accettata in guerra, il non fare mai ciò che il nemico vorrebbe che noi si facesse (...). Una conseguenza deducibile da questo principio è di non attaccare mai frontalmente una posizione che si può ottenere aggirandola». Sir Basil Liddell Hart lo formula in quest'altro modo: «Nel campo della strategia spesso il giro più lungo è la via più corta per arrivare dove si vuole (...)». L'azione nonviolenta non solo non ricusa questo principio ma porta questa strategia dell'attacco indiretto (per cogliere l'avversario su un terreno dove è impreparato a rispondere) ancora più in là, agendo diversamente da come normalmente ci si aspetta che si agisca.
Alcune analogie con le azioni militari permettono di sottolineare altre verità generali. Ad esempio, per ribadire il valore della disciplina e della organizzazione nonviolente, Sharp mette in evidenza il fatto che le campagne militari sono state quasi sempre effettuate da individui «disciplinati» che obbedivano a capi «ben addestrati», mentre nelle campagne nonviolente non sempre sono state realizzate queste condizioni. Sharp può concludere: «Esattamente come la disciplina aiuta le truppe militari a continuare a fronteggiare il nemico nonostante il pericolo, la disciplina può aiutare anche i militanti nonviolenti».
Quelli che abbiamo considerato non sono i soli principi di strategia militare trasferibili in una strategia nonviolenta. Considerare le forze a disposizione, individuare l'obiettivo con freddo calcolo e visione chiara, tenendolo sempre presente il proprio obiettivo, adattare i propri piani alle circostanze reali, non lasciarsi sviare su azioni di minore importanza e senza sbocco, prendere e mantenere l'iniziativa, scegliere le «armi» adatte, assicurarsi che il piano e le disposizioni siano flessibili ed adattabili alle circostanze, prevedere in ogni piano il passo successivo sia in caso di successo che di insuccesso, prevedere un rapido adattamento ad una eventuale situazione negativa, considerare i fattori psicologici, tenere alto il morale e la fiducia delle truppe: sono tutti principi di cui si può e si deve tener conto anche in una strategia nonviolenta.
Ma ci sono anche principi ed elementi della strategia militare che non possono essere considerati validi da un punto di vista nonviolento come la sorpresa (che in campo nonviolento provocherebbe una reazione repressiva più dura) o il segreto (che nell'azione nonviolenta contrasta con l'efficacia dell'uso della verità e dell'azione manifesta). Ovviamente non si possono prendere in considerazione tutti quei principi strategici che comportano violenze, danneggiamenti, uccisioni. Altri elementi, importantissimi nelle strategie militari, hanno minore importanza nelle azioni nonviolente. La considerazione, ad esempio, dei fattori geografici e fisici gioca un ruolo molto inferiore nell'azione nonviolenta perché questa si fonda sul comportamento e sulla volontà di esseri umani.
Siamo convinti che l'operazione compiuta da Sharp non è deleteria per la nonviolenza. La strategia ne è indubbiamente arricchita senza perdere ciò che le è essenziale dal punto di vista nonviolento. Sharp non chiede ai nonviolenti di rinunciare ai propri principi ma solo di confermarli con una maggiore efficacia nell'azione. Comunque le indicazioni, le teorie, le ipotesi di Sharp non escludono una loro verifica, anzi questa è richiesta. Il lavoro è condotto in modo tale che ulteriori ricerche possano correggere, alla luce delle esperienze future, i possibili errori nell'attuale comprensione del metodo nonviolento.
4. Struttura dell'opera. Anche se l'autore, nella sua prefazione, dichiara di non pretendere che il suo studio sia completo (There is no pretense that this study is exhaustive), dobbiamo riconoscere che ci troviamo di fronte allo sforzo intellettuale più notevole rivolto ad esaminare la natura dell'azione nonviolenta come metodo di lotta politica e sociale, le sue possibilità e i suoi requisiti. Attraverso l'analisi e il confronto di un abbondante materiale storico (ma Sharp dichiara che quello utilizzato «sfiora solo la superficie dell'esperienza passata») e seguendo la via induttiva, si formulano teorie e ipotesi, si operano sintesi e utili sistemazioni.
A qualcuno questo studio, con le sue circa 1000 pagine, sembrerà un po' ridondante o addirittura prolisso perché richiederà molto tempo, di quel tempo che ognuno considera prezioso, per la lettura completa e per l'appropriazione intellettuale del suo contenuto. In realtà gran parte dell'interesse per quest'opera tra i suoi lettori in lingua inglese è dovuto proprio all'abbondanza di materiali che offre alla riflessione e allo studio, alla sua capacità, anche quantitativa, di stimolare, a partire da una base sicura, altri studi, altre ricerche.
Nella sua presentazione all'edizione americana, Thomas C. Schelling, il noto politologo e studioso dei conflitti, ha scritto: «Ora che abbiamo il libro di Sharp ci manca uno studio ugualmente esauriente ed accurato della politica dell'azione violenta».
E' raro secondo Schelling trovare un'opera che esamini il metodo della violenza politica «con la stessa cura, intelligenza, attenzione per il dettaglio e la ricchezza di esempi storici come fa Sharp per l'azione nonviolenta. È un vero peccato che ci manchi l'altro libro, quello sull'azione violenta. Sarebbe stato interessante confrontarli dettagliatamente. L'analisi dell'azione nonviolenta fatta da questo libro avrebbe colpito anche di più se avesse avuto un concorrente».
L'opera (The Politics of Nonviolent Action) è composta di tre parti che nell'edizione italiana corrispondono a tre volumi separati:
1. Power and Struggle [Potere e lotta];
2. The Methods of Nonviolent Action [Le tecniche dell'azione nonviolenta];
3. The Dynamics of Nonviolent Action [Le dinamiche dell'azione nonviolenta]. In tutto 15 lunghi capitoli.
Il primo volume comprende tre capitoli, uno dei quali (il secondo) manca nell'edizione americana, ma esisteva nel manoscritto ed è stato inserito direttamente nell'edizione italiana. Nel primo capitolo si svolge un'indagine sulla natura del potere politico, si rintracciano le sue fonti, si individuano e descrivono i meccanismi che rendono possibile l'esercizio del potere accentrato e quelli che possono limitarlo, bloccarlo o addirittura annullarlo; si pongono le basi per una teoria del controllo nonviolento del potere politico, Nel secondo capitolo Sharp sviluppa la sua concezione del potere esaminando le condizioni strutturali che determinano la possibilità di un controllo dei governanti da parte dei cittadini in una società. Il terzo capitolo è un'introduzione al metodo nonviolento, Sharp lo descrive come uno speciale tipo di azione, come una forma «attiva» di lotta con sue caratteristiche peculiari, una sua storia e sue realizzazioni. Si cerca di liberare il concetto di nonviolenza da malintesi ed equivoci che sono abbastanza frequenti e diffusi. Alcuni esempi, presi dalla storia, mostrano come questo metodo sia stato usato in momenti storici e in contesti più vari anche senza che si avesse sempre piena coscienza della sua natura o si fosse preparati ad usarlo.
Nel secondo volume (dal IV al IX capitolo) l'autore esamina dettagliatamente e descrive nel loro funzionamento le «armi» nonviolente (nonviolent weapons), cioè le tecniche specifiche del metodo nonviolento. Esse sono suddivise in tre ampie classi a seconda della loro destinazione:
a) della protesta e persuasione nonviolenta,
b) della noncooperazione (sociale, economica e politica),
c) dell'intervento nonviolento.
Questa suddivisione è diventata quasi canonica, tanto che dopo Sharp molti altri studiosi l'hanno accettata e utilizzata. Per quanto riguarda le tecniche questo è il repertorio più vasto che si conosca, un manuale di estrema utilità per tutti i militanti nonviolenti, ma la creatività propria dell'azione nonviolenta ha già prodotto tante altre nuove tecniche, dimostrando che in questo campo lo sviluppo è illimitato. In un primo lavoro del 1960 [17] Sharp elencava 63 tecniche. A distanza di poco più di dieci anni in questo libro (la cui prima edizione americana è del 1973) le tecniche individuate e descritte sono 198. Oggi esse sono ancora di più. All'interno del metodo nonviolento, che stabilisce e definisce teoricamente la direzione generale da dare all'azione; le tecniche rappresentano il «savoir faire pratique», la capacità pratica di applicarlo e utilizzarlo per ottenere dei risultati determinati.
Nel terzo volume (dal X al XV capitolo) si discute il fondamento del metodo nonviolento e si mostra il suo complesso modo di operare. Sharp esamina dettagliatamente le dinamiche e i meccanismi della lotta nonviolenta, le strategie e le tattiche, i fattori che in un particolare conflitto determinano il suo fallimento o il suo successo. Tutti questi elementi sono illustrati con esempi storici. Messo a fuoco il carattere dell'urto iniziale della sfida nonviolenta, con la repressione che ne segue e la necessità di continuare la resistenza nonviolenta anche contro un avversario particolarmente violento, Sharp definisce le condizioni essenziali di una preparazione, i requisiti per un uso efficace, le «leve» e i processi attraverso i quali il metodo opera nei confronti dell'avversario indebolendone il potere con la perdita del sostegno e con la crescita della resistenza. Alla fine, dopo aver esaminato le «vie del cambiamento», cioè i tre principali meccanismi attraverso i quali l'azione nonviolenta può portare a soluzione i conflitti (conversione, accomodamento, costrizione nonviolenta), si vedono gli effetti «pedagogici» che essa produce sullo stesso gruppo nonviolento che guadagna in autorispetto, fiducia, potere.
5. Una teoria del potere: la servitù volontaria. Tutti i libri sulla nonviolenza incominciano con un'analisi e una denuncia della violenza. Il punto di partenza di Sharp è invece una teoria del potere. Essa potrebbe permettere il rinnovamento e l'avanzamento su vie nuove di quel dibattito sul potere che, tra le forze di sinistra, è sostanzialmente fermo all'impostazione che ne hanno dato i rivoluzionari del XIX secolo: conquistare il potere dello Stato o costruire contro poteri alternativi.
Il problema per i nonviolenti non è quello di impadronirsi del potere e neanche di abolirlo utopisticamente bensì di esercitarne il controllo. Ora per controllare il potere abbiamo bisogno di una forza, capace di influenzare, premere, costringere chi detiene il potere istituzionale, per ottenere o impedire qualcosa.
Una delle concezioni più diffuse del potere istituzionale, che Sharp chiama teoria monolitica (Monolith Theory), vede nel potere una forza indipendente, duratura, capace di rafforzarsi e di perpetuarsi da sé. Questo ha fatto sempre pensare che per controllarlo o abbatterlo sia necessaria un'altra forza particolarmente distruttiva e violenta. La teoria della nonviolenza sostiene invece che il controllo del potere politico non può essere affidato alla violenza distruttiva. Questo metodo sarebbe «irrazionale quanto l'usare un coperchio per controllare il vapore di un calderone, mentre il fuoco sotto viene lasciato ardere incontrollato». La concezione nonviolenta vede nel potere una relazione instabile e quindi modificabile. Il potere non è monolitico ma fragile, non è una forza indipendente, non è un'emanazione di pochi che stanno al vertice ma «nasce da molte parti della società» e quindi il controllo più efficace può aver luogo alle sue radici.
Chi detiene il potere deve avere la possibilità di dirigere altre persone, contare su risorse umane e materiali, disporre di un apparato di coercizione e di una burocrazia. E questo è un potere che, al di là delle strutture formali di uno Stato, dipende dal grado in cui la società glielo concede. Alle radici dell'esistenza e della forza del potere politico c'è la collaborazione di un vasto numero di istituzioni, gruppi, persone. La stessa esistenza di sanzioni, che hanno lo scopo di imporre o ripristinare l'obbedienza e di dissuadere dalla disobbedienza nei confronti dei governanti, è rivelatrice del fatto che questi hanno un bisogno vitale di obbedienza e sottomissione. È fondamentale per chi governa che venga accettata la sua autorità e si eseguano ordini e compiti.
Un rapporto di potere c'è solo quando i subordinati si conformano ai voleri di chi governa, ma non è scontato che gli ordini vengano eseguiti immancabilmente. Tra i due elementi c'è sempre interazione e influenza reciproca: anche il servo più miserabile può agire in qualche modo sul padrone. Eppure la Storia ci mostra moltitudini che rinunciano a ribellarsi e si riducono all'obbedienza. È questo il punto cruciale del problema del potere: «comprendere come abbia avuto origine, come si sia formata e mantenuta l'obbedienza spontanea» (Wright Mills). «Chi conosce le ragioni di questa obbedienza — ha scritto De Jouvenel — conosce l'intima natura del Potere».
Gli interrogativi di Sharp non sono nuovi: «Come mai un governante può ottenere e mantenere il dominio politico sulla moltitudine dei suoi sudditi? Perché in così alto numero essi si sottomettono a lui e gli obbediscono, anche quando è chiaro che farlo non è nel loro interesse? Come mai un governante può persino servirsi dei suoi sudditi per fini che sono contrari ai loro stessi interessi?». La soluzione del problema di come controllare il potere politico può venire da una risposta a questi interrogativi.
Hobbes nei XVII secolo rispondeva in modo molto semplice: «Gli uomini hanno paura, paura dei governanti, paura reciproca». Ma questa risposta da sola non è sufficiente. Nello sviluppo del Potere e nel mantenimento dell'obbedienza hanno avuto un ruolo significativo ragioni molteplici, complesse, combinate. Nessuna spiegazione ha valore per sé sola e non tutte le spiegazioni riguardano fattori razionali. Prima di tutto c'è l'abitudine che è essenziale alla continuità dell'obbedienza: gli uomini obbediscono perché hanno sempre obbedito. Su questo comportamento incidono pregiudizi, usanze, credenze sociali, forme rituali, modi di vita, assorbiti dal cittadino in tutto l'arco della sua esistenza. Un'altra ragione è la paura delle sanzioni: l'acquiescenza dei cittadini è provocata dalla minaccia da parte dello Stato di una qualche violenza o punizione nei confronti di chi disobbedisce, ma può venire anche da pressioni economiche e sociali. Sappiamo quanto l'interesse personale porta all'obbedienza e alla collaborazione. I governanti attraverso incentivi (vantaggi economici, prestigio, carriera, posizioni di potere ecc.) riescono non solo ad ottenere obbedienza ma anche a reclutare i propri indispensabili collaboratori ed agenti, una minoranza con il cui aiuto riescono a governare e controllare la maggioranza della popolazione. Ma il più efficace dei controlli si esercita sulla coscienza degli individui: è il controllo della mente del suddito, la propaganda e il condizionamento mentale, che ottengono molto di più delle sanzioni e della repressione poliziesca. In tutte le organizzazioni politiche le persone che obbediscono sentono una costrizione interiore, un «obbligo morale» ad obbedire. Non mancano addirittura forme di identificazione psicologica con il governante e il sistema o di indifferenza politica che portano ad obbedire agli ordini, regolamenti e leggi senza mai mettere in discussione l'autorità da cui provengono,
Tra i più acquiescenti e rispettosi del Potere, al quale non sanno mai disobbedire o resistere, ci sono quelli che mancano di fiducia in se stessi. Costoro, non avendo una volontà propria ed un patrimonio di certezze che permetta loro di prendere coscienza dei propri diritti e possibilità, tendono ad evitare le responsabilità, a delegarle a chi sta più in alto nella gerarchia sociale. Cercano, dice Sharp, «un governante, un leader, un despota, un tiranno che li sollevi dalla responsabilità di gestire il proprio presente ed il proprio futuro». E difficilmente, se non acquisteranno fiducia in se stessi, «faranno altro che obbedire, collaborare, sottomettersi».
Ma l'obbedienza, sostiene il nostro autore, non è ineluttabile. La sua conclusione è che, sebbene siano vari i motivi che spingono all'obbedienza, ognuno di essi deve passare attraverso la volontà e il giudizio del suddito. Nonostante gli incentivi, le pressioni, i condizionamenti, l'obbedienza resta essenzialmente un fatto volontario: i cittadini che obbediscono vogliono obbedire. Anche le sanzioni da sole non producono necessariamente l'obbedienza. Di fronte ad esse c'è sempre spazio per un atto di volontà, è sempre possibile compiere una scelta: si può scegliere di obbedire, evitando così le sanzioni minacciate a chi disobbedisce, oppure disobbedire, rischiando o accettando di subirle. Molti danno il proprio consenso ad un governante non perché lo approvano ma perché non vogliono pagare il prezzo che comporterebbe il rifiuto del consenso.
Vari sono gli autori e i classici della teoria politica citati da Sharp nella sua indagine sul fondamento del potere politico: Machiavelli, Hobbes, Hume, Godwin, Tocqueville, Simmeli, Michels, Austin, Green, Lasswel, De Jouvenel ecc. ma quello che vogliamo mettere in particolare luce è Étienne de La Boétie (1530-1560).
La Boétie, che fu giurista e consigliere al parlamento di Bordeaux, è autore del famoso Discours sur la servitude volontaire, uno scritto composto, secondo Montaigne che gli fu amico, all'età di 18 anni e pubblicato per la prima volta postumo nel 1576 con il titolo significativo di Le contr'un (Il contro uno). Questo pamphlet, con cadute periodiche nell'oblio, ha fatto la sua comparsa alla vigilia di tutte le grandi occasioni rivoluzionarie. Ricompare ora qui a far da supporto, in modo del tutto giustificato, a una teoria nonviolenta del potere.
È stato La Boétie che per la prima volta, nello stesso secolo di Machiavelli, con la sua analisi della «servitù volontaria» ha impostato la questione del potere in modo radicalmente nuovo e su un piano completamente estraneo al machiavellismo. A ragione possiamo considerarlo oggi il vero precursore della teoria della noncollaborazione e della disobbedienza civile nonviolenta, cioè del controllo nonviolento del potere. Le sue idee hanno esercitato una forte influenza su Thoreau, Tolstoj e, attraverso Tolstoj, su Gandhi [18].
La scoperta di La Boétie è nella constatazione di un fatto apparentemente banale, perché l'abbiamo tutti i giorni davanti ai nostri occhi, ma nello stesso tempo sorprendente e inspiegabile, quasi un assurdo: la condizione di sudditi, l'accettazione da parte dei molti del dominio di pochi. «Vorrei solo riuscire a comprendere — scrive La Boétie — come mai tanti uomini, tanti villaggi e città, tante nazioni a volte, sopportano un tiranno che non ha alcuna forza se non quella che gli viene data, non ha potere di nuocere se non in quanto viene tollerato (...)» 19. Il potere per La Boétie non ha alcun fondamento oggettivo, non riposa su nessun diritto divino o diritto naturale; le sue radici non stanno nella supremazia di chi lo esercita e neanche nella forza di costrizione che possiede, ma nella «complicità» di chi lo subisce. La servitu de volontaire è l'assurda e inspiegabile complicità tra vittima e oppressore: «Da dove ha potuto prendere tanti occhi per spiarvi se non glieli avete prestati voi? Come può avere tante mani per prendervi se non è da voi che le ha ricevute? E i piedi coi quali calpesta le vostre città non sono forse i vostri? Come fa ad avere potere su di voi senza che voi stessi vi prestiate al gioco? E come oserebbe balzarvi addosso se non fosse già d'accordo con voi? Che male potrebbe farvi se non foste complici del brigante che vi deruba, dell'assassino che vi uccide, se insomma non foste traditori di voi stessi?» [20],
Forse Tolstoj si ispirava proprio a questa pagina di La Boétie quando, nella famosa Lettera ad un hindi, a proposito del dominio britannico sull'India scrisse: «Una compagnia commerciale assoggettò una nazione di 200 milioni di individui. Raccontatelo ad un uomo libero dalla superstizione ed egli non riuscirà a capire che cosa significhino queste parole. Che cosa significa che trentamila uomini (...) ne hanno sottomesso 200 milioni? Le cifre indicano chiaramente che non sono stati gli inglesi, ma gli indiani ad assoggettare se stessi» 21. Come diceva anche Godwin: «Si può tenere sottomesso un popolo solo fino al punto in cui accetta di esserlo».
La Boétie non propone da parte sua formule rivoluzionarie per cambiare il potere o per conquistarlo; non gli interessano le «congiure di gente ambiziosa» che desidera «semplicemente far cadere una corona, non togliere il re, cacciare sì il despota, ma tenere in vita la tirannide» 22; rifiuta la distinzione tra buon uso e cattivo uso del potere; non giustifica quelli che lottano per un nuovo potere contro il vecchio che viene così riprodotto e perpetuato: «Poiché pur essendo diverse le vie per arrivare al potere il modo di regnare è sempre più o meno lo stesso» [23]. La libertà non può essere il potere di opprimere invece di essere oppressi.
La Boétie sostiene l'illegittimità di ogni potere, sottrae al potere ogni giustificazione. Uno solo è il suo fondamento: la serviti volontaria. Egli fu il primo a spezzare la dialettica servo-padrone e a far riconoscere lo stato originario di libertà non nella conquista di un potere ma nel semplice rifiuto di servire. Né armi, né rivolte, né sangue. Dice La Boétie: «Siate dunque decisi a non servire mai più e sarete liberi!» [24]. E una verità quasi lapalissiana., Non c'è bisogno di assassinare il tiranno: egli viene meno da solo, quando il popolo non accetta più di servirlo, «come il fuoco che da una piccola scintilla si fa sempre più grande e più trova legna più ne brucia, ma si consuma da solo, anche senza gettarvi dell'acqua, semplicemente non alimentandolo (...)» [25]. Non è necessario cacciare il tiranno e buttarlo giù dal trono: «Basta che non lo sosteniate più e allora lo vedrete crollare a terra per il peso e andare in frantumi come un colosso a cui sia stato tolto il basamento» [26].
Dunque per liberarsi della servitù basterebbe rifiutare il proprio assenso. Perché allora questo atto così semplice non accade e agli occhi di tutti l'affermazione della libertà è diventato un atto eroico, per non dire impossibile? Se la teoria di La Boétie è vera, come mai i popoli non hanno saputo abolire da molto tempo la schiavitù, l'oppressione, lo sfruttamento? La spiegazione è che i cittadini non si rendono conto che sono essi stessi la fonte del potere, che il potere politico è il proprio potere alienato e che di conseguenza diventano complici nello stesso tempo in cui ne sono vittime, Per inconsapevole ignoranza, ma anche per deliberato inganno da parte dei governanti, i cittadini non sanno della loro capacità di creare, attraverso la noncollaborazione, seri problemi ai governanti, di contrastare i loro progetti e la loro politica e persino di dissolverne il potere.
Generalmente le vittime del potere si ritengono indifese e disarmate di fronte alla possibilità di repressioni, punizioni, rappresaglie, controlli, violenze. Ii problema, a questo punto, è come fare per attuare questa teoria del potere. La gente non sapeva come agire, come concretizzare il rifiuto di collaborare con un governo ingiusto e oppressivo, come intraprendere la lotta e persistere in essa malgrado la repressione.
È stato Gandhi a dirci come fare, sperimentando su vasta scala le potenzialità politiche della disobbedienza civile e della noncollaborazione, mostrando il modo in cui il metodo nonviolento (che si fonda su questa concezione del potere) opera nelle situazioni di lotta,
6. A completamento della sua teoria del potere Sharp aggiunge un altro elemento: l'individuazione di una base strutturale per il controllo dei governanti. È evidente che le azioni individuali non sono in grado di controllare il potere. Un singolo cittadino isolato è una persona debole in una società composta di una moltitudine di sudditi ugualmente deboli e inermi di fronte alla forza potente dell'organizzazione statuale. Un cittadino isolato lo si può impunemente calpestare. Cittadini «atomizzati» non sono in grado di attuare azioni di protesta significative.
Chi vuole mantenere la libertà deve unirsi ai propri simili per difenderla. Il ritiro delle fonti del potere per essere efficace deve essere condotto da ampi gruppi ed istituzioni che agiscono collettivamente. Una società, sostiene Sharp, in cui esistono gruppi e istituzioni sociali che possiedono un rilevante potere sociale e sono capaci di azione indipendente, è maggiormente in grado di controllare il potere statuale. Sharp chiama questi gruppi e istituzioni «loci di potere», cioè luoghi che esprimono a livello decentrato un proprio potere: le famiglie, i gruppi sociali, religiosi, economici, politici, culturali, le organizzazioni volontarie, i sindacati, le associazioni più
varie, i consigli di quartiere, le istituzioni governative minori, i comuni, le province, le regioni ecc. Se questi gruppi e istituzioni sono forti rendono forte la società civile
e forti i singoli cittadini. Questo significa che bisogna sempre operare per il decentramento e la diffusione del potere in modo che il potenziale di potere dei governanti non aumenti mai a spese della società e dei cittadini, Ma questo processo non avverrà mai dall'alto, è possibile solo dal basso attraverso l'iniziativa attiva dei cittadini.
7. L'azione nonviolenta. Se la «servitù volontaria» è la via che conduce alla tirannia, l'esercizio dell'autonomia conduce alla nonviolenza. E la nonviolenza attiva che permette agli uomini di sfuggire al dominio dei violenti, di affermare la propria indipendenza e la dignità della persona, di determinare il proprio futuro. Non è vero che quando non esistono normali procedure istituzionali, o queste si rivelano inadeguate a proteggere i cittadini dai soprusi dei potenti, la violenza sia l'unico mezzo efficace e che l'alternativa sia la resa vile e passiva. Nel corso della storia ci sono state persone che hanno lottato e hanno esercitato un potere con quella particolare forma di lotta che è l'azione nonviolenta.
Se troviamo questo tipo di azione nella storia dei popoli più diversi, significa che essa è possibile. A condizione però che si sconfigga la passività, la paura, la vigliaccheria, la sottomissione, perché la nonviolenza è azione, sfida, coraggio, lotta. Essa dà una risposta al problema di come agire efficacemente nella lotta politica perché è un metodo che permette a chi rifiuta la passività e la sottomissione di combattere senza dover far ricorso alla violenza.
Il presupposto politico su cui si fonda è molto semplice: «la gente — osserva Sharp — non fa sempre quello che viene ordinato di fare e a volte fa cose che le sono state proibite». Così, ad esempio, i cittadini possono disobbedire alle leggi che considerano ingiuste, i lavoratori astenersi dal lavoro e paralizzare con uno sciopero l'economia, i soldati non sparare o addirittura ammutinarsi, la polizia essere deliberatamente inefficiente nella repressione, la burocrazia non eseguire o eseguire male i propri compiti, gli esperti non fornire la propria consulenza, gli scienziati e i tecnici rifiutarsi di inventare e costruire nuove-armi e nuovi strumenti di controllo e di oppressione. In questo modo colui che era un governante potente si ritrova uomo qualsiasi e il sistema di potere si disgrega perché i sudditi hanno rifiutato quell'obbedienza e sostegno di cui ogni sistema gerarchico ha bisogno. «Se un numero sufficiente di persone agisce in questo modo per il tempo necessario — sostiene Sharp —, un governo o un sistema gerarchico non conserveranno per molto il potere».
La nonviolenza comporta sia atti di omissione (la gente si rifiuta di compiere certe azioni) sia atti di esecuzione (la gente compie azioni che di solito non compie e che sono proibite da leggi e regolamenti) oppure atti che comprendono entrambi gli aspetti. Un vasto numero di tecniche già sperimentate suggeriscono, all'interno del metodo nonviolento, diverse forme e occasioni di esecuzione di questi atti.
Ci sono tecniche della protesta e persuasione nonviolenta, cioè azioni simboliche che mirano a persuadere l'avversario o ad esprimere disapprovazione e dissenso (marce, cortei, digiuni, veglie, discorsi pubblici, petizioni, esposizione di simboli, forme varie di sensibilizzazione ecc.).
Ci sono tecniche attraverso le quali si sottrae ogni collaborazione, cioè azioni:
a) di non-collaborazione sociale (sospensione di particolari attività sociali, boicottaggi sociali, forme di ritiro dalle istituzioni pubbliche e dal sistema sociale, dimissioni dalle cariche ecc.);
b) di non-collaborazione economica (scioperi, boicottaggi economici, rifiuto di acquistare e consumare particolari prodotti, ritiro di depositi bancari, rifiuto di pagare le tasse e i canoni ecc.);
c) di non-collaborazione politica (rifiuto di riconoscere un'autorità o di accettare dei dirigenti imposti, boicottaggio dei corpi legislativi, delle elezioni, degli impieghi, rifiuto di collaborare con le forze dell'ordine, disobbedienza civile alle leggi illegittime, deliberata inefficienza, ritardi provocati ecc.).
Ci sono infine tecniche di intervento nonviolento, cioè azioni attraverso le quali si prende l'iniziativa (ancora scioperi e boicottaggi, occupazione di locali, invasione nonviolenta, sit-in, blocchi stradali e ferroviari, creazione di nuovi modelli di comportamento sociale, di nuove istituzioni, di sistemi di comunicazione e di trasporto alternativi, mercati alternativi, formazione di governi paralleli ecc.).
Ma è evidente che conoscere le tecniche non basta. Bisogna capire come funziona un'azione nonviolenta, qual è la sua dinamica nella lotta, attraverso quali meccanismi opera il cambiamento.
Prima di Sharp gli aspetti dinamici del metodo nonviolento e le sue potenzialità non sono stati analizzati e valutati appieno. Ci sono stati comunque dei pionieri come: Clarence Marsh Case, Nonviolent Coercion. A Study in Methods of Social Pressure (1923), Ernest T., Hiller, The Strike, A Study in Collective Action (1928), Wilfrid Harris Crook, The Genera! Strike. A Study of Laboris Tragic Weapon in Theory and Practice (1931), Richard Gregg, The Power of Nonviolence (1935); e anche studi più recenti: Leo Kuper, Passive Resistance in South Africa (1957), Joan V. Bondurant, Conquest of Nonviolence,. The Gandhian Philosophy of Conflict (1958), George Lakey, Yhe Sociological Mechanisms of Nonviolent Action (1962), William Robert Miller, Nonviolence (1966), Theodor Ebert, Gewalifreier Aufstand
(1967), George Lakey, Strategy for a Living Revolution (1968).
Sharp attinge sicuramente a tutti questi lavori, li approfondisce e sviluppa, ma si serve soprattutto del materiale storico, delle esperienze militanti, di quella gandhiana in particolare. Con metodo induttivo cerca di ricostruire il funzionamento dell'azione nonviolenta, mettendo in evidenza le varie forze che interagiscono in questo processo, un processo che il nostro autore definisce molto complesso: «Più complesso di una campagna militare convenzionale e anche di una strategia di guerriglia».
8. Un conflitto asimmetrico. Nell'esercitare il suo potere e nell'agire sul potere dell'avversario, l'azione nonviolenta si comporta in modo diverso dalla violenza politica. L'avversario di un gruppo che lotta per la libertà e il riconoscimento di fondamentali diritti, è quasi sempre un governo o ha l'appoggio dell'apparato statale. Così chi lotta ha di fronte a sé ben schierati: esercito, polizia, tribunali, leggi repressive, prigioni, armi, Dal punto di vista nonviolento, non si tratta di combatterli usando gli stessi mezzi in quella forma di lotta simmetrica in cui entrambi gli schieramenti usano la violenza.
Tutti ricordano lo slogan di Mao Ze Dong che suona: «il potere è sulla canna del fucile». La tendenza a pensarla in questo stesso modo è abbastanza diffusa tra i gruppi che intendono lottare per un cambiamento radicale. Il nonviolento invece dissente da questa proposizione e suole ricordare quella riflessione ad alta voce di Saul Alinsky che affermava: «Bisogna essere politicamente idioti per dire che il potere è sulla canna del fucile quando è l'avversario che possiede tutti i fucili». L'avversario ha infatti truppe e agenti ben equipaggiati e addestrati al combattimento e alla repressione violenta, ha mezzi militari e armi sempre più potenti e sofisticate. Su questo piano è lui il più forte.
Il gruppo nonviolento sa, in termini strategici, che deve opporsi al suo avversario e a questa espressione del suo potere indirettamente, cercando di minare alla base la sua possibilità di agire con efficacia. Con la scelta del metodo nonviolento ci si trova con «armi» totalmente diverse da quelle di cui egli fa uso. La scelta di «armi» nonviolente è destinata ad agire a vantaggio del gruppo nonviolento perché rende il conflitto asimmetrico, crea gravi problemi all'avversario, gli impedisce di utilizzare efficacemente le sue forze.
Le difficoltà che l'avversario incontra nel tentativo di sconfiggere un movimento nonviolento derivano dalla natura stessa delle armi che ha scelto. Infatti i mezzi della repressione violenta possono raggiungere il massimo di efficacia solo di fronte ad una opposizione di natura violenta. Non sarebbe facile giustificare una repressione particolarmente dura e brutale contro un gruppo manifestamente nonviolento così come lo è quella rivolta contro un gruppo che ferisce o uccide persone. L'uso di mezzi nonviolenti toglie ogni giustificazione alla violenza dell'avversario che si ritrova così limitato nei mezzi di repressione utilizzabili. In ogni caso si determina una condizione di squilibrio all'interno delle dinamiche del conflitto, uno squilibrio che opera a beneficio del gruppo nonviolento. La repressione da parte dell'avversario ne risulta neutralizzata, anzi ricade contro la sua stessa posizione di potere. Sharp chiama questo meccanismo «Jiu-jitsu» politico.
9. Il jiu-jitsu politico. È uno di quei processi per mezzo dei quali il metodo nonviolento affronta la repressione violenta. Il primo a usare questo termine per definire un'importante caratteristica della nonviolenza è stato nel 1935 un amico e seguace di Gandhi, l'americano Richard Gregg. Gregg nel suo notissimo libro intitolato The Power of Nonviolence [27], cercando di sintetizzare gli insegnamenti dell'esperienza nonviolenta gandhiana e riferendosi agli effetti morali e psicologici dell'ostinazione nonviolenta, descrive l'azione, nonviolenta come moral jiu-jitsu. Sharp riprende questo concetto ma preferisce usare termini come «social jiu-jitsu» o «political jiu-jitsu».
Il nome e il concetto provengono dalle arti marziali giapponesi. Nel jiu-jitsu, il cui principio essenziale è la «non resistenza», non ci si oppone all'attacco dell'avversario ma si cerca di uscire dalla sua linea a azione, provocandone lo sbilanciamento ad opera della sua stessa forza. Simile al jiu-jitsu è il comportamento dell'azione nonviolenta: l'avversario violento di un movimento di lotta nonviolenta deciso e disciplinato può non arrivare mai ad afferrare le «prese» del suo genere di potere e più agisce con violenza e brutalità più perde il suo equilibrio politico. Infatti una repressione violenta, tanto più se attuata con crudeltà e brutalità nei confronti di manifestanti nonviolenti, può disturbare molta gente. «Lo spettacolo — dice Sharp — di gente che soffre per un principio senza restituire i colpi conduce a profonde riflessioni». L'opinione pubblica più vasta, che generalmente è contraria alla violenza ed è pronta a mettersi contro chi ricorre ad essa anche se ne ha il diritto, può reagire allontanandosi dalle posizioni politiche di chi la usa. Anche all'interno del gruppo avversario può nascere la sensazione che violenza e brutalità siano eccessive, ci si può interrogare sulla validità dei mezzi di repressione usati, sulla causa reale del conflitto. La natura stessa del regime e della sua leadership può essere vista sotto una luce nuova e convincere molti che siano necessari cambiamenti nella politica, negli uomini, nel sistema. Da varie parti possono venire non solo simpatia ma anche aiuti concreti ai nonviolenti e alla loro causa, Il più grande aiuto ai nonviolenti viene proprio dai loro nemici, i quali continuano a creare situazioni che nessuno può permettersi di guardare senza reagire. Nelle condizioni particolari in cui si svolge l'azione nonviolenta, la repressione rafforza la resistenza nonviolenta e indebolisce l'oppressore.
Proprio perché i militanti nonviolenti hanno rinunciato alla violenza, pur continuando la loro resistenza e la loro sfida, la violenza dell'avversario si manifesta nel suo volto peggiore, portando ad una alterazione dell'equilibrio di forze sociali e consenso su cui si fonda il suo potere. La nonviolenza come un jiu-jitsu fa in modo che la repressione si ritorca contro chi la attua sbilanciandolo politicamente. I nonviolenti sono allora in grado di ottenere maggiore sostegno e potere agendo su terze parti rimaste neutrali nel conflitto; sui normali sostenitori dell'avversario, tra i quali la repressione, ingiustificata nella sua violenza, fa nascere contrasti, dissensi, opposizioni e defezioni; sul gruppo più vasto degli oppressi che, presa coscienza della giusta causa e della causa comune, possono rafforzare con nuove adesioni e con la solidarietà il gruppo che lotta.
A causa di questo effetto del jiu-jitsu nonviolento, al tempo delle campagne di Gandhi anche molti inglesi in patria potevano vedere la dominazione britannica in India sotto una luce molto sfavorevole. Gli stessi indiani erano coscienti di questo meccanismo. Sharp ricorda come il fratello di Patel cercando di spiegare ad un giornalista del «Chicago Daily News» il significato della campagna satyagrafia del 1930
abbia in modo assai semplice e significativo illustrato proprio questo meccanismo: «Farò in modo che tu mi picchi in modo così scandaloso che dopo un po' tu stesso cominci a vergognarti di te e, mentre mi colpisci, io cercherò di sollevare un rumore tale che tutta la strada lo venga a sapere. La tua stessa famiglia avrà orrore di te. E quando ne avrai avuto abbastanza di questo scandalo, sarai tu a venire da me, dicendo: ‘*Guarda questa storia non può proprio più continuare. Perché non possiamo trovarci per cercare un qualche accordo?”'»,
10. I meccanismi del cambiamento. L'azione nonviolenta è generatrice di conflitti creativi nei quali riesce ad evitare tanto la sottomissione passiva quanto la violenza politica. Anche nei conflitti più aspri può condurre ad una soluzione soddisfacente. Nel suo iter questa lotta può essere vista come un tentativo da parte dei nonviolenti di accrescere continuamente la propria forza e di ridurre quella dell'avversario provocando un sempre maggiore consenso e sostegno alla propria causa tra i propri abituali sostenitori, nel campo neutrale e nel campo nemico.
Al primo impatto l'opinione pubblica può anche reagire negativamente ma con il procedere della lotta, se il gruppo ha continuato l'azione mantenendo coerentemente il proprio comportamento nonviolento anche di fronte alla repressione violenta, si assiste ad un ribaltamento delle posizioni, dei sostegni, dei poteri. L'opinione pubblica prende coscienza, si schiera sempre più con il gruppo che lotta, lo stesso campo avversario tende a spaccarsi, cresce da ogni parte il sostegno agli obiettivi dei nonviolenti, E il momento in cui è possibile il cambiamento.
Sharp individua tre meccanismi o processi attraverso i quali l'azione nonviolenta influisce sull'avversario e porta alla vittoria la causa del gruppo oppresso. Essi sono: la conversione (conversion), l'accomodamento (accomodation), la coercizione nonviolenta (nonviolent coercion). Questi giocano un loro ruolo in fasi diverse del conflitto e possono combinarsi tra loro. Spesso il successo viene da un'azione sinergica dei tre meccanismi nella stessa situazione. La scelta preferenziale di uno di essi determina comunque il tipo di lotta, la scelta della strategia, delle tattiche, delle tecniche.
10.1. La conversione. In questo processo si fa appello alla parte migliore della natura umana dell'avversario, si cerca di provocare un suo cambiamento interiore. C'è conversione quando questi cambia il proprio punto di vista e si mostra disposto a realizzare i cambiamenti richiesti dai nonviolenti. In questo processo il ruolo attribuito alla nonviolenza non è soltanto quello di liberare il gruppo oppresso ma anche lo stesso oppressore, che viene considerato come «imprigionato dal suo stesso sistema e dalla sua politica» (Gregg). Questo è confermato da Gandhi il quale dichiarava esplicitamente che la sua ambizione era quella «di convertire il popolo inglese per mezzo della nonviolenza, facendogli vedere il male che ha fatto all'India». Gandhi faceva capire che la sua non-collaborazione era rivolta al male, non a chi lo faceva:
riguardava i metodi e i sistemi, non gli uomini.
Per provocare la conversione si utilizzano le pressioni emotive che provengono dalle sofferenze dei nonviolenti causate o dalla repressione o dall'uso di tecniche come il digiuno. La sofferenza penetra attraverso l'armatura caratteriale e le difese razionali dell'avversario fino ad incriminare gli alibi. Questi non riesce più a giustificare del tutto la sofferenza che infligge o provoca, incomincia ad avere dubbi, si interroga sulla giustezza del suo modo di agire. «Anche il cuore più duro — diceva Gandhi — si deve sciogliere di fronte al calore della nonviolenza e non c'è limite alla capacità della nonviolenza di generare calore».
Sharp non sembra molto convinto della possibilità di mettere in atto questo meccanismo, in modo preferenziale, in ogni caso. In particolari circostanze esso può essere efficace, e questo dimostra il valore del punto di vista gandhiano sul potere della sofferenza personale di provocare la conversione; ma si può anche non arrivare a convertire se sono troppo forti le barriere che separano i due gruppi. Fattori come la gravità dei problemi sul tappeto, la presenza di forti interessi, la struttura rigida della personalità dei membri del gruppo avverso, l'assenza di valori, credenze, norme comuni ecc. possono rendere impossibile la conversione. Contro ogni visione semplicistica del meccanismo della conversione, Sharp sostiene che si possa passare direttamente agli altri meccanismi senza nemmeno provare a convertire l'avversario,
In verità il più delle volte la sofferenza ha agito sull'avversario indirettamente perché ha convertito altre persone (anche all'interno del campo avverso), ha risvegliato l'opinione pubblica e l'avversario si è ritrovato isolato, disapprovato per la sua violenza, senza alcun alibi. Questo ci porta già agli altri due meccanismi.
10.2. L'accomodamento. È quel processo in cui l'avversario (che non è stato convertito o convinto, non ha cambiato il proprio punto di vista e continua a non essere d'accordo con i cambiamenti richiesti) sceglie di adattarsi alla nuova situazione. Di fatto potrebbe continuare la lotta ma, per varie ragioni e per timori riguardanti il futuro, preferisce cedere su qualcuna o tutte le richieste. La ragione principale è che l'azione nonviolenta ha provocato uno spostamento degli equilibri, ha modificato la percezione che la gente aveva della situazione sociale ed economica, ha portato il dissenso e l'opposizione all'interno dello stesso gruppo dell'avversario. Allora questi, finché è ancora in grado di scegliere, considera più opportuno, per proteggere la propria immagine ed evitare altri rischi e situazioni per lui più pericolose, arrivare ad una soluzione concedendo «generosamente». In alcuni tipi di lotta (come scioperi e boicottaggi economici) ciò che spinge l'avversario a ricercare il compromesso è la preoccupazione per le perdite economiche che per lui diventerebbero sempre più pesanti se continuasse il conflitto.
Ma certe volte il compromesso non può essere raggiunto, Ci sono infatti avversari così duri e così poco preoccupati di perdere la faccia, da essere capaci di non cedere fino alla fine. Allora si tratta di vincerli anche senza modificare la loro volontà.
10.3. La coercizione nonviolenta. È possibile «vincere» o costringere un avversario violento e senza scrupoli? È possibile una «coercizione nonviolenta»? Se non si è riusciti a convertirlo, se non cerca il compromesso, si sarebbe tentati di ricorrere alla violenza. È a questo punto che la nonviolenza mostra la sua «grinta» e la sua aggressività.
La differenza tra coercizione violenta e coercizione nonviolenta è nel fatto che mentre la prima infligge deliberatamente un danno, una violenza fisica o la morte, la seconda opera attraverso la non-collaborazione e la disobbedienza civile nonviolenta.
[Il meccanismo, secondo Sharp, opera in tre modi:
— la sfida diventa troppo ampia e massiccia perché la repressione possa controllarla;
— la non-collaborazione e la disobbedienza civile rendono impossibile il funzionamento dei sistemi sociali, economici e politici;
— per effetto del jiu-jitsu politico la capacità dell'avversario di infliggere violenza è minata alla base.
L'avversario vorrebbe continuare a resistere e a colpire ma non può farlo perché la nonviolenza gli ha sottratto le basi stesse del suo potere e i suoi mezzi di controllo e di repressione. E diventato impossibile per lui difendere o imporre quella politica o quel sistema per cui è contestato, diventa letteralmente «impotente». E questo il momento in cui, senza il consenso dell'avversario, per coercizione nonviolenta, si ottiene il cambiamento.
Sharp cita casi storici in cui la non-collaborazione si è dimostrata tanto efficace da paralizzare i poteri dell'avversario anche se non si arrivò ad un vero e proprio crollo del regime. Egli lamenta il fatto che in passato i nonviolenti non abbiano saputo trarre da situazioni del genere il massimo vantaggio strategico. Spesso l'introduzione della violenza, in questa fase della lotta, ha portato in tutt'altra direzione.
11. Le condizioni dell'efficacia e del successo. Non si deve pensare all'azione nonviolenta come ad una formula magica che ha sempre successo. Come tutti i metodi di lotta essa può aver successo ma anche non averlo, non è infallibile e non garantisce il successo a breve termine. Le circostanze possono essere le più diverse e ci sono anche molte variabili che influiscono sul risultato.
Nonostante il carattere improvvisato di molte azioni nonviolente del passato, si sono avuti molti successi che si sono rivelati più duraturi e soddisfacenti di quelli raggiunti con la violenza. Ma noi possiamo imparare anche dai fallimenti. Gli stessi termini «successo» e «fallimento» vanno precisati. In tutti i conflitti, infatti, la vittoria o la sconfitta non sono mai totali e definitive. Nella stessa sconfitta possono prodursi modificazioni che determineranno la futura vittoria.
Sarebbe grave comunque attribuire, come spesso è stato fatto, la responsabilità di una sconfitta ad una «impotenza» costituzionale della nonviolenza. Se la demoralizzazione che segue ad una sconfitta porta ad una sfiducia nell'efficacia del metodo, la possibilità di farvi ricorso ne è drasticamente ridotta. Bisogna pensare che anche il metodo violento può essere sconfitto (dopo aver però provocato danni umani e materiali irreparabili!), Chi è fautore della violenza, mentre condanna senza appello la nonviolenza, trova sempre giustificazioni alle sue sconfitte: impreparazioni, debolezze, mancanza di combattività, armi insufficienti, errori di strategia e di tattiche, inferiorità numerica ecc. Non si è abituati a pensare che anche le sconfitte della nonviolenza, cioè i suoi fallimenti nel raggiungere degli obiettivi, possano essere altrettanto spiegati.
Una cosa deve essere chiara: la semplice scelta della nonviolenza non garantisce la sua vittoria. Il successo è possibile quando esistono o sono state create le condizioni.
11.1. La preparazione. Dare inizio ad una campagna nonviolenta è una impresa molto seria. Si è spesso sottolineata la cura meticolosa con cui Gandhi preparava i suoi piani. A questo fatto molti attribuiscono gran parte dei suoi successi.
Qualunque sia il numero dei partecipanti ad un'azione è sempre necessaria una preparazione attenta. Questo non sempre è accaduto. Anzi — sostiene Sharp — le campagne nonviolente «sono sempre state caratterizzate da una preparazione inadeguata». A volte lo spontaneismo che le caratterizzava le portava ad esaurirsi per indifferenza o per crescita incontrollata con conseguente passaggio alla violenza.
Uno schema di preparazione, secondo Sharp, può essere questo:
— ricerca (investigation),
— coscientizzazione (generating cause-consciousness),
— negoziati (regotiations).
La ricerca preventiva e accurata sulla natura delle ingiustizie lamentate rafforza il movimento nonviolento, mentre nessuna cosa può indebolirlo tanto quanto la scoperta che i militanti non conoscono realmente i fatti come stanno o non hanno un'informazione accurata della situazione che denunciano. Dopo che è stata fatta la più ampia ricerca possibile si deve dare la più ampia pubblicità alle informazioni raccolte indicando le lamentele e gli scopi del gruppo nonviolento. Questa diffusione delle informazioni rappresenta la fase della coscientizzazione che da sola può spingere al cambiamento, e comunque rafforza i nonviolenti. Così pure io sforzo del negoziato prima di ricorrere all'azione ne migliora molto la posizione morale. Gli sforzi dimostrati durante i negoziati, anche se infruttuosi, possono rivelarsi produttivi nelle fasi successive del conflitto. Essi permettono di tenere aperto il «canale» e prevengono distorsioni della propria immagine. Durante i negoziati i nonviolenti possono anche spiegare all'avversario il tipo di lotta che verrà utilizzato.
11.2. L'organizzazione. La realtà ci presenta da una parte i gruppi dominanti ben organizzati e pronti ad unirsi per i loro interessi, dall'altra i subordinati, numerosi ma incapaci di azione unitaria, massa di individui isolati senza fiducia in se stessi. L'organizzazione nonviolenta aiuta a modificare questa situazione, risvegliando il potere dei subordinati e rendendoli capaci di resistere e di lottare.
L'organizzazione è non solo utile ma necessaria perché ci sono compiti specifici da svolgere e decisioni da prendere che non possono essere affidati al caso: tenere collegamenti, raccogliere informazioni, reclutare nuovi partecipanti, addestrarli, conservare la disciplina nonviolenta, rendere possibile la continuazione della lotta dopo l'arresto dei capi ecc.
11.3. Una leadership, sia che sorga spontaneamente in una situazione o la preceda preparando il «campo», è importante per la realizzazione di vari compiti: elaborare una strategia e delle tattiche, scegliere il momento migliore per l'azione, negoziare con l'avversario, incoraggiare la combattività e la volontà di resistenza, richiamare alla disciplina, spiegare il metodo ecc. Spesso azioni di disobbedienza civile non hanno avuto sviluppi o sono state lasciate cadere per mancanza di una leadership capace di guidarne la messa in pratica.
Gandhi era convinto della necessità di un gruppo direttivo forte per un movimento numericamente significativo. Questo comunque non significa che l'azione nonviolenta abbia bisogno di una direzione centralizzata: dipende da quanto è estesa e profonda la conoscenza del metodo nonviolento tra i volontari.
Il carattere nonviolento influisce anche sul tipo di leadership. Mentre la violenza tende a creare una leadership più autoritaria, non democratica, persino brutale, nell'azione nonviolenta sono i volontari ad accettare una leadership se ne percepiscono le qualità personali e la saggezza nel formulare i piani. Tra le qualità di un leader nonviolento Gregg annoverava: l'amore, la fede, il coraggio, l'onestà, l'umiltà.
Sharp aggiunge altre qualità importanti: l'intelligenza attiva, profonda conoscenza del metodo nonviolento, capacità di elaborare strategie intelligenti, capacità di capire l'avversario (la sua psicologia, le sue risorse, i mutevoli punti di vista dei suoi sostenitori), disponibilità al sacrificio e a dare l'esempio. Gandhi riteneva che, se si vuole evitare la tentazione di ricorrere alla violenza in momenti di crisi, la direzione del movimento debba essere nelle mani di chi crede nella nonviolenza come principio morale. Comunque è chiaro che solo chi ha compreso a fondo le condizioni della nonviolenza può spiegarle agli altri e vigilare perché tutti siano sulla strada giusta.
Nella tradizione nonviolenta occidentale il potere decisionale e direttivo è assunto di solito da un comitato i cui membri apportano capacità, conoscenze, esperienze diverse e complementari.
Un problema: come farsi ascoltare? Una leadership nonviolenta ha a sua disposizione solo sanzioni nonviolente per far rispettare le sue decisioni. Una forma di sanzione può essere la disapprovazione da parte degli altri militanti nei confronti di chi non rispetta gli impegni. Gandhi digiunava quando i dimostranti ricorrevano alla violenza e in molti casi interruppe azioni significative.
11.4. Strategia e tattiche. Sull'importanza attribuita da Sharp alle strategie e alle tattiche abbiamo già detto e abbiamo già indicato quei principi strategici che hanno valore in generale. Sharp imposta tutto il suo discorso sul riconoscimento di una similarità tra azione nonviolenta e conflitto militare: «L'azione nonviolenta — dice il nostro autore — è un metodo di lotta proprio come lo è la guerra. Essa implica infatti lo scontro tra forze diverse, l'affrontarsi in ‘‘battaglia'', richiede saggezza nella scelta delle strategie e delle tattiche ed esige dai suoi ‘‘soldati'' coraggio, disciplina e sacrificio»,
Per poter influire sull'esito di un conflitto bisogna saper scegliere il tipo di condotta da tenere, predisporre in anticipo un piano di azione utile per l'intera durata della lotta, fare previsioni sulla durata del conflitto, sugli sviluppi, sulle eventuali situazioni di vantaggio, su quando attaccare, su come utilizzare i vari tipi di tecniche; bisogna scegliere i punti su cui concentrare gli sforzi (i punti più deboli dell'avversario) cioè i centri di gravità o Schwerpunkte, come dicono gli strateghi della scuola prussiana, bisogna prevedere errori di giudizio e relative tattiche di ripiego. Tutto questo è un lavoro preliminare che deve permettere di procedere nel modo migliore ed efficace fino al raggiungimento dell'obiettivo finale.
Se la strategia si riferisce al piano generale, le tattiche riguardano piani particolari per azioni individuali limitate all'interno del disegno strategico generale adottato. Di fondamentale importanza è la considerazione della situazione obiettiva perché non bastano l'addestramento, la disciplina, l'impegno se la situazione non è matura. Così pure, se manca la forza necessaria e la capacità di resistere, non si aspetta di essere sconfitti: ci si ritira da posizioni che si sa di non poter tenere. Se mancano le condizioni è meglio rinviare l'azione e lavorare per crearle.
È evidente che non è stato possibile all'autore indicare, come in un manuale per il «pronto-uso», tutte le strategie e le tattiche, prevedendo tutti i possibili scenari. Sarebbe stato un lavoro astratto e inutile. Dobbiamo ricordare che le strategie non possono essere considerate in astratto e che vanno rapportate al contesto e agli uomini che vi operano. Solo chi vive nel contesto e sta per intraprendere una lotta può
predisporre una strategia adeguata. I manuali possono solo mettere a disposizione l'esperienza e le conoscenze generali accumulate nei secoli dalla «scienza» strategica,
11.5. Qualità e quantità. Spesso da parte dei partiti di sinistra e delle organizzazioni del movimento operaio si è esagerato sull'importanza del numero, della mera quantità: «le masse». Nell'ambito di un movimento nonviolento non è così. Gandhi, anche se fu un trascinatore di folle, pensava che in una lotta nonviolenta per una giusta causa il numero non fosse necessario. E Gregg sosteneva che pochi nonviolenti disciplinati possono vincere una grande forza.
Una delle caratteristiche del metodo nonviolento è quella di mantenere un certo livello qualitativo tra i militanti perché nell'azione nonviolenta ha una sua importanza la comunicazione dell'immagine. «L'immagine presentata dai nonviolenti — dice Sharp — è più importante del numero di persone che formano questa immagine». Bisogna sempre considerare il rapporto tra il numero dei partecipanti ad un'azione e la qualità della loro partecipazione.
Qualità e quantità sono entrambe importanti ma non sempre nella stessa misura. Dipende dalle tecniche adoperate. Ci sono delle tecniche nonviolente, come la disobbedienza civile e il ritiro del consenso, la cui efficacia dipende strettamente dal numero delle persone coinvolte. In altre invece l'efficacia dipende dalla qualità: coraggio, disciplina, capacità di non rispondere alle provocazioni, combattività, volontà di resistere, abilità nell'applicare la tecnica ecc.
La natura dell'azione nonviolenta, contrariamente a quello che accade per la violenza, permette comunque la partecipazione più varia del massimo numero di persone possibile: uomini e donne, vecchi e bambini, intellettuali e ignoranti, forti e deboli, anche malati, nessuno escluso.
11.6. L'addestramento, Anche se in molte azioni non è necessario un particolare addestramento di tutti i partecipanti è importante che non siano solo i leader a conoscere il metodo nonviolento, le sue tecniche e il modo di usarle. L'addestramento di grandi masse non è possibile se non per effetto della stessa lotta che le coinvolge, ma necessario è il «training» di quei volontari che dovranno sostenere il maggior peso dell'azione rischiando i colpi più duri durante gli interventi repressivi.
La qualità dei volontari migliorerà se saranno preparati all'uso delle varie tecniche, se impareranno ad autocontrollarsi, a conservare la calma, a vincere la paura, a non rispondere alle provocazioni, a sopportare le sofferenze, a mantenere la disciplina nonviolenta, a solidarizzare, ad agire apertamente, a perseverare.
11.7. Vincere la paura. È una condizione fondamentale perché una azione nonviolenta sia efficace: chi vi partecipa deve liberarsi prima di tutto dalla paura (paura delle sofferenze, delle sanzioni, dei danni, ecc.). Ai nonviolenti è richiesto un alto grado di coraggio e fiducia in se stessi. Gandhi stesso condannava duramente la vigliaccheria, che non va d'accordo con la nonviolenza: anzi, secondo lui, è una debolezza peggiore della violenza. Il nonviolento, diceva, «ha per sempre detto addio alla paura». Se il codardo evita la lotta e il pericolo, il nonviolento l'affronta e accetta di correrne i rischi.
Le varie forme di oppressione non esisterebbero se non fossero fondate sulla paura. Non sono infatti le sanzioni a creare l'obbedienza ma la paura delle sanzioni. Quando c'è la paura, anche sanzioni minime portano a un grande conformismo; ma quando c'è coraggio anche le sanzioni più severe non garantiscono la sicurezza di un regime oppressivo,
Perché insistere sul coraggio? Perché è il coraggio che rende possibile la sfida, la resistenza di fronte alla repressione, la disciplina nonviolenta, l'entrata in campo delle forze che producono il cambiamento, «La nonviolenza di un'azione nonviolenta — dice Sharp — si basa sul coraggio». Il coraggio non è solo una «virtù» ma un presupposto indispensabile per l'applicazione del metodo. Se i nonviolenti si impauriscono la lotta crolla, mentre rimanendo saldi di fronte alla repressione, non cedendo ad essa, si dimostra che non serve all'avversario per raggiungere i suoi obiettivi. Il coraggio nonviolento permette così di rompere quello schema triadico repressione-paura-sottomissione, in cui la repressione genera paura, la paura genera la sottomissione, la sottomissione permette l'esistenza di regimi oppressivi e di politiche ingiuste. E importante ricordarsi di questo quando si vogliono intraprendere azioni nonviolente,
11.8. Rinunciare alla violenza. La rinuncia alla violenza ha una sua logica: non è un «porgere l'altra guancia». L'aver usato «armi» nonviolente contro mezzi sproporzionatamente violenti è stata quasi sempre la ragione principale dell'efficacia dell'azione nonviolenta. E la rinuncia alle ritorsioni violente che permette il funzionamento del processo di jiu-jitsu politico in cui, come abbiamo potuto vedere, è la stessa violenza usata dall'avversario che lo indebolisce. Ricorrere alla violenza significherebbe allora regalargli l'iniziativa, scegliere il terreno su cui è lui il più forte.
Un altro aspetto da considerare è che l'opinione pubblica, di cui si ricerca la solidarietà, viene distratta facilmente dall'uso della violenza; quando quelli che lottano la usano finisce sempre col vedere questa loro violenza e non i problemi che hanno dato origine al conflitto; persino non si accorge della natura del regime, della sua violenza strutturale e della forza bruta che esprime nella sua azione repressiva. Al contrario, il ricorso a mezzi nonviolenti smaschera la natura di un sistema, esplicita e mostra a tutti la violenza su cui si basa, genera simpatia e solidarietà effettiva.
Il riconoscimento che da parte dei nonviolenti non ci saranno ritorsioni violente genera simpatia negli stessi agenti della repressione, Mentre un attacco violento contro soldati e poliziotti, facendoli sentire minacciati, rafforza gli schemi militari dell'obbedienza e rende più efficace la repressione, la nonviolenza provoca solidarietà, rende poliziotti e soldati «distratti» nel compimento del proprio dovere, inefficienti e persino disobbedienti e insubordinati. «In quelle lotte nonviolente — dice Sharp — in cui il successo o il fallimento dipendono dal fatto che le truppe dell'avversario possano essere indotte all'ammutinamento, una violenza usata contro di esse può voler dire una sconfitta».
11.9. Sopportare le sofferenze. È necessario per far avanzare la propria causa. D'altra parte anche la violenza comporta rischi e sofferenze talvolta maggiori. L'accettazione della sofferenza, la capacità di soffrire per la propria causa, contribuisce a spezzare la spirale di violenza, fa aumentare la simpatia dell'opinione pubblica, ha effetti psicologici e morali sullo stesso avversario, nel campo dei suoi sostenitori, su terzi neutrali. La capacità di restare nonviolenti pur ricevendo colpi riesce a «spezzare — come diceva Gandhi — la punta della spada del tiranno».
Sharp rifiuta le interpretazioni spirituali, religiose o metafisiche della sofferenza ritenendole non necessarie al metodo. A lui basta che i nonviolenti comprendano il vantaggio, il contributo che può venire al raggiungimento dei loro obiettivi dal saper affrontare la repressione anche da questo lato. Sharp vuol dimostrare che la gente può restare nonviolenta non per motivi morali o religiosi ma per ragioni di opportunità, cioè perché capisce il funzionamento pratico del metodo. Può darsi che si debba pagare un alto prezzo: bisogna allora pensare che non c'è nessun cambiamento sostanziale che non richieda un prezzo. Sharp fa comunque notare come una condotta nonviolenta abbia un «quoziente di sopravvivenza» superiore a quello di una condotta violenta.
11.10. Mantenere la disciplina nonviolenta. Nel contesto dei meccanismi che operano il cambiamento, la disciplina nonviolenta è un elemento essenziale. «Non è un atto di ingenuità moralistica — dice Sharp — (...) Si può transigere sulla disciplina nonviolenta solo a rischio di contribuire gravemente alla sconfitta». Ci sono stati casi in cui i disordini provocati da pochi hanno fornito il pretesto per schiacciare senza pietà tutto un movimento nonviolento.
La disciplina nonviolenta non è imposta dall'esterno: nasce dall'intimo, è necessariamente auto-disciplina o disciplina interiore. Gli esempi storici mostrano che essa può essere raggiunta anche a livello di massa. Spesso individui di natura per niente «pacifica», che per temperamento avrebbero reagito alla violenza con altrettanta violenza, con l'incoraggiamento del proprio gruppo hanno mantenuto con successo la loro disciplina nonviolenta anche di fronte ad attacchi fisici.
Il comportamento dei militanti nonviolenti sarà calmo e dignitoso, educato ma fermo. Tratteranno l'avversario e i suoi agenti come esseri umani ma non si lasceranno intimidire o comandare, La tensione e l'aggressività saranno scaricate nonviolentemente.
La disciplina comprende anche la conoscenza del metodo, l'adesione ai piani, la fiducia in chi è responsabile della preparazione dell'azione. I nonviolenti porteranno a termine tutto con la massima precisione, anche gli incarichi più umili o meno spettacolari e gratificanti.
Uno dei mezzi per promuovere una disciplina nonviolenta è stata in passato l'adozione di un codice di comportamento, un insieme di norme di disciplina che i partecipanti ad una azione si impegnano a rispettare. Possono contribuire al mantenimento della disciplina anche i servizi d'ordine, una buona organizzazione, la presenza di una leadership capace, dei piani formulati in modo attento e intelligente, l'esistenza di efficaci strumenti di comunicazione all'interno del movimento,
11.11. Accrescere la solidarietà. Tenere insieme delle persone che lottano per la stessa causa è il compito più difficile: bisogna rafforzare il morale, venire incontro ai bisogni delle famiglie, prestare assistenza legale e finanziaria. Per questo la solidarietà tra i militanti è importante e necessaria. «La capacità dei militanti nonviolenti di affrontare la repressione — dice Sharp — può essere accresciuta in misura molto significativa qualora essi sentano costantemente di essere parte di un movimento molto più vasto che fornisce loro, personalmente, sostegno e forza per andare avanti. Anche quando l'individuo venga separato fisicamente dal gruppo, la coscienza che altri continuino la sua azione in solidarietà con lui lo aiuterà a resistere di fronte alla tentazione di sottomettersi»,
11.12. Agire apertamente. Bisogna agire apertamente o assumere il comportamento dei cospiratori? La sincerità, la non-menzogna, l'agire scoperto sono stati praticati dai nonviolenti per principio, Sharp analizzando negli esempi di campagne nonviolente del passato la relazione tra agire apertamente o in segreto, conclude che «indipendentemente da preoccupazioni di natura morale» il modo di agire aperto «funziona realmente», cioè è una condizione di efficacia. AI contrario, il segreto e la cospirazione agiscono negativamente. Questo comporta che per ottenere il massimo di vantaggi e di forza che vengono dall'azione nonviolenta si deve agire apertamente.
È noto che Gandhi assumeva sempre un comportamento estremamente aperto. Nel preparare una campagna nonviolenta comunicava direttamente, per iscritto e in anticipo, al suo avversario la data, il luogo, l'ora, il nome dei partecipanti e l'azione che intendeva svolgere. Non era un'ingenuità. L'azione scoperta contribuisce a far conoscere esistenza, scopi, attività di un movimento nonviolento e rende difficile il tentativo dell'avversario di distorcerne l'immagine. La mancanza di segretezza elimina i sospetti sulle reali intenzioni e allarga il consenso. La segretezza, che è una modalità di condotta tipica dell'azione violenta, genera un'atmosfera di paura e di sfiducia, impedisce la presa di coscienza da parte delle masse. La forza della nonviolenza dipende invece dalla liberazione dalla paura, da quella «apertura» che permette di agire anche a livello psicologico. Assenza di segreti, onestà, franchezza influiscono positivamente sull'eventuale tentativo di convertire l'avversario e riducono la brutalità delle sue misure repressive.
11.13. Portare avanti un lavoro costruttivo, mentre si è in lotta, è prova di sincerità, di buona volontà e di attenzione sociale. Può coinvolgere positivamente anche membri del gruppo avversario.
11.14. Perseverare. Una caratteristica del Satyagraha gandhiano era quella sua ostinazione, quel suo insistere sulla verità, con metodo nonviolento, senza mai indietreggiare. «La forza — diceva Gandhi — non viene dalla potenza fisica, nasce da una volontà incrollabile (...). Nessun potere sulla terra può costringere una persona a fare qualcosa contro la sua volontà». Sharp sottolinea come la capacità del metodo nonviolento di produrre risultati è dovuta alla sua capacità di portare ad esaurimento i mezzi repressivi di cui dispone l'avversario, dimostrandone l'inefficacia.
Perseverare dunque nella propria azione, senza sottomettersi e senza indietreggiare mantenendo contemporaneamente la propria condotta nonviolenta, è una condizione indispensabile per vincere. Diceva ancora Gandhi: «Tra le regole del satyagrahi non esistono cose come l'arrendersi alla forza bruta». È resistendo e perseverando che la non-collaborazione di massa produce il suo effetto coercitivo,
12. Effetti politici: la distribuzione del potere. È ampiamente riconosciuto che la violenza politica e la guerra producono un incremento della centralizzazione del potere, il quale tende a concentrarsi nelle mani di pochi. Anche nei regimi nuovi, nati dalla violenza rivoluzionaria, si tende alla centralizzazione e ci si affida ancora alla violenza per difendersi dai nemici interni ed esterni. Ma la gente continua ad essere debole e subordinata nei confronti del potere centrale. La nonviolenza invece, per sua natura, porta alla diffusione del potere nella società, rendendo più facile il controllo dal basso dei governanti e di conseguenza l'esercizio autentico della libertà e della democrazia. I cambiamenti ottenuti con mezzi nonviolenti non hanno bisogno di violenza per essere conservati perché è cresciuta la volontà di resistenza della popolazione e la sua capacità di difenderli. Una popolazione che ha fatto l'esperienza di una lotta nonviolenta sa come gestire i mezzi che offre la nonviolenza ed è più capace di far uso del proprio potere. «La lotta nonviolenta — dice Sharp — distribuisce il potere fra tutti. Con un minimo di determinazione ognuno può applicare le tecniche nonviolente».
In Italia è stato Capitini a sviluppare la teoria del «potere di tutti», dell'autogoverno, della decentralizzazione, del potere dal basso come soluzione nonviolenta del problema del potere. Per altra strada, esaminando gli effetti che la nonviolenza produce sulla distribuzione del potere nella società, Sharp arriva a confermare la stessa soluzione.
13. Effetti pedagogici. La pratica della nonviolenza non solo si rivela un metodo efficace per conseguire dei risultati esterni, ma modifica in modo significativo lo stesso comportamento e la natura interna di chi la pratica. Assume cioè le caratteristiche di un vero e proprio processo educativo.
Oltre alla coscienza della propria forza, la nonviolenza aiuta a sviluppare qualità come la calma, l'autocontrollo, il coraggio, l'eroismo, il senso di responsabilità, lo spirito di sacrificio, la capacità di solidarizzare e collaborare con i compagni. La nonviolenza agisce sull'aggressività che trova dei modi nonviolenti per esprimersi, elimina arroganza, criminalità, violenza e altri comportamenti antisociali presenti talvolta nei gruppi oppressi. Questi si liberano da quel complesso di inferiorità e da quella sfiducia in se stessi che li confermavano nella loro sottomissione: dal momento in cui non si considerano più inferiori non si comportano più come tali. Essi si liberano dalla paura perché il metodo nonviolento ha dimostrato loro che non sono più impotenti di fronte all'oppressore; imparano che se collaborano tra di loro, se agiscono uniti, se si rifiutano di ricorrere alla violenza possono resistere anche alla repressione più dura; imparano che le sofferenze e la prigione possono essere sopportati; acquistano maggior rispetto di sé, non solo perché son capaci di lottare ma anche perché Io fanno con mezzi eticamente superiori.
Alla fine non ci troviamo più di fronte ad una «massa malleabile di umanità passiva» ma di fronte a persone che hanno imparato a contare su se stesse, a impostare da sé la propria vita, a lottare per determinare il proprio futuro.
14. Conclusione. Chi ci ha seguito fin qui non può negare di avere davanti a sé un potenziale politico da non trascurare. Sharp con la sua minuziosa indagine ci ha aiutato a metterlo in evidenza. Un'opera come questa proprio ci mancava e dobbiamo essere grati all'editore che ha voluto rischiare non poco in questa impresa di pubblicare l'edizione integrale, addirittura accresciuta di qualche importante capitolo, invece di accontentarsi di una edizione ridotta.
Il confronto tra politica della violenza e alternativa nonviolenta si può fare oggi a un livello ben diverso da quello cui siamo abituati. Si è fatto un altro passo in avanti nella realizzazione di quella aspirazione della nonviolenza a soppiantare il metodo della violenza politica, anche se siamo ancora dentro il processo di quella ricerca (che non è incominciata oggi) della via per arrivare alla nonviolenza come alternativa al modo attuale di pensare e di agire (violentemente) nei contesti più diversi.
Ma nonostante il numero di pagine del suo libro non dobbiamo pensare che Sharp abbia detto l'ultima parola sul metodo nonviolento (e neppure lo pretende!). Molti argomenti non sono trattati, come l'applicazione della nonviolenza a quel tipo di cambiamento sociale che chiamiamo «rivoluzione» o alla difesa di una comunità nazionale, argomenti che l'autore affronta in altri lavori successivi e in ricerche ancora in corso.
A partire da questo studio, e sulla base di altro materiale e di nuove esperienze, ulteriori ricerche sono possibili. La nonviolenza può entrare in una nuova fase del suo sviluppo in cui passa dall'utopia al «realismo». Sharp ha ragione quando sostiene che chi pratica l'azione nonviolenta non deve essere pacifista e santo per forza e denuncia come falso «il luogo comune secondo il quale solo i pacifisti possono praticare con efficacia l'azione nonviolenta, idea questa sostenuta talvolta con notevole presunzione dagli stessi pacifisti». La nonviolenza come «scienza» è un patrimonio di tutti.
C'è comunque un rischio che non vogliamo sottovalutare: che la sua opera venga letta come un manuale e un ricettario di tecniche e ci si dimentichi che la nonviolenza è qualcosa di ancora più profondo e complesso, che investe il significato che diamo alla vita, la creatività, la persona, il modo di pensare. Gli aspetti morali, religiosi, spirituali, filosofici della nonviolenza, messi in epoché dal silenzio e dal dubbio metodico di Sharp per far vedere l'azione efficace, i vantaggi pratici dell'azione nonviolenta rispetto alla violenza, sono troppo importanti e hanno vaste implicazioni per poter pensare di tenerli a lungo dentro una parentesi. Diceva Capitini: «Tutti possono arrivare a possedere la tecnica della nonviolenza ma se non subiscono una trasformazione spirituale, il cambiamento sarà privo di significato».
Noi possiamo concludere aggiungendo provvisoriamente che se anche la nonviolenza fosse accettata e usata solo come una tecnica questo sarebbe già molto meglio che l'alternativa di trovarsi di fronte agli esiti disastrosi e terribili della scelta della violenza come metodo politico. Quello che importa ora è la verifica, e questa si fa sul campo. Ii libro sarà utile non solo ai leader e militanti nonviolenti ma anche ai sindacalisti, agli agitatori e animatori sociali, a chiunque abbia a che fare con i conflitti politici, sociali ed economici e voglia contribuire a risolverli efficacemente senza far ricorso alla violenza.
note
1 Sugli episodi di resistenza nonviolenta contro il nazismo cfr. A.K. Jameson, Urtarmed against Fascism, Peace News Ed., Londra 1963; J. Bennett, La resistenza contro l'occupazione tedesca in Danimarca, in ‘‘Quaderni di Azione Nonviolenta”', n. 3, Perugia 1979; M. Skodvin, Resistenza nonviolenta in Norvegia sotto l'occupazione tedesca, in ‘*Quaderni di Azione Nonviolenta”, n. 5, Perugia 1979. Una bibliografia su questo argomento è in “Azione Nonviolenta”', settembre-ottobre 1979, pp. 8-9, Sull'esperienza nonviolenta di Capitini durante il fascismo si veda: M. Soccio, Capitini e il fascismo, in Atti delle
giornate di studio su: Diritto di resistenza e nonviolenza, Lavinio-Roma, dicembre 1982, in “Critica liberale”, XIV (1983), fasc. 22-23, pp. 37-66.
2 A, Capitini, Ragioni della nonviolenza, in ‘“Azione Nonviolenta”', V {1968), p. 13.
3 1d., fr America contro la guerra, in “Azione Nonviolenta'?, Il (1965), p. 1.
4 1d., Guerriglia e nonviolenza, in ‘Azione Nonviolenta”', IV (1967), p. 1.
5 Il primo è intitolato L'etico di Gandhi alla luce del suo rifiuto della violenza, in *‘Rivista di Filosofia”, fasc. 3, 1962; il secondo Nonviolenza e costrizione nell'etica di Gandhi, «ibid.», fasc. 3, 1963.
6 M.K. Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, introduzione e cura di G. Pontara, Einaudi, Torino 1973.
7 G. Pontara, Se il fine giustifichi i mezzi, Il Mulino, Bologna 1974,
8 J.M. Muller, L'Evangile de la non-violence, Fayard, Parigi 1969 (trad. it. Il vangefo della nonviolenza, Lanterna, Genova 1977).
9 J.M. Muller, Stratégie de l'action non-violente, Fayard, Parigi 1972 (trad. it. Strategia della nonviolenza, Marsilio, Venezia 1975).
10 Il racconto di esperienze storiche di difesa nonviolenta contro l'occupazione nazista in Danimarca e Norvegia è stato pubblicato nei ‘*Quaderni di Azione Nonviolenta”” (cfr. nota 1). Dei tre convegni citati solo gli atti del convegno di Verona sono stati pubblicati in volume. Cfr. AA.VV., Difesa popolare nonviolenta, Lanterna, Genova 1980. Di quello di Vicenza esiste solo una pubblicazione ciclostilata a cura dei Gruppi Nonviolenti Vicentini.
11 T. Ebert, La difesa popolare nonviolenta, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1984,
12 Cfr. AA.VYV., Marxismo e nonviolenza, Lanterna, Genova 1977; AA.VV., Nonviolenza e marxismo, Feltrinelli, Milano 1981.
13 S. Gowan, G. Lakey, W. Moyer, R. Taylor, Moving roward a New Society, New Society Press, Philadelphia 1976.
14 A. Capitini, Le tecniche della nonviolenza, Feltrinelli, Milano 1967, p. 10.
15 M.K. Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, cit., p. 8.
16 M.K. Gandhi, The Collected Works, The Publications Division, Ministry of Information and Broadcasting, Government of India, vol. LXKXYV, New Delhi 1979, p. 220.
17 G. Sharp, The Methods of Nonviolent Resistance and Direct Action, Institute for Social Research,
18 Sharp analizza la teoria gandhiana della servitù volontaria nel suo libro Gandhi as a Political Strategist, Porter Sargent, Boston 1979, cap. 3, pp. 43-59: Gandhi on the Theory of Voluntary Servitude.
19 E. De La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, a cura di L. Geninazzi, Jaca Book, Milano 1979,
20. Pan Ibid., p. 72.
21 L. Tolstoj, Letter to a Hindu, A Peace News Pamphlet, Londra 1963, p. 10.
22 E. De La Boétie, op. cir, p. 90.
23 Ibid., p. 79.
24 Ibid., p. 73.
25 Ibid., p. 70.
26 Ibid., p. 73.
27 R. Gregg, The Power of Nonviolence (1935), II ed. riveduta, Navajivan Publishing House, Ahmedabad 1960; cfr. il cap. 2: Morei jiu-jitsu, pp. 40-51.
PREFAZIONE
di Gene Sharp
1. Non pretendo affatto che questo studio sia esaustivo. Il materiale storico dell'azione nonviolenta usato qui, ad esempio, sfiora solo la superficie dell'esperienza passata. Questo libro è tuttavia il tentativo più completo compiuto fino ad oggi di esaminare la natura della lotta nonviolenta, intesa come metodo sociale e politico, analizzandone la visione del potere, le specifiche tecniche d'azione, la sua dinamica nel conflitto e le condizioni che la portano al successo o al fallimento. Il materiale storico è usato essenzialmente come supporto alla costruzione induttiva delle analisi, delle teorie e delle ipotesi. Spero che il libro stimolerà molti altri studi e ricerche sulla natura di questo metodo e sulle sue capacità di sostituire la violenza politica.
Ho cominciato questo studio convinto che siano necessarie delle alternative alla violenza per combattere la tirannia, l'aggressione, ingiustizia e l'oppressione. Nello stesso tempo sembrava evidente che tanto i precetti morali contro la violenza quanto le esortazioni all'amore e alla nonviolenza avevano contribuito poco o nulla a porre termine alla guerra e ai più gravi episodi di violenza politica. Mi sembrava che solo l'adozione di un metodo diverso di azione e di lotta, quale alternativa funzionale alla violenza nei conflitti acuti dove sono in gioco, o si crede vi siano, questioni importanti, potesse eventualmente condurre a una sensibile riduzione della violenza politica, nel rispetto della libertà, della giustizia e della dignità umana.
Ma la semplice difesa delle alternative nonviolente non produrrà necessariamente alcun cambiamento, a meno che non si veda che esse sono efficaci almeno quanto quelle violente, E neppure questo è un argomento per sermoni o dichiarazioni di principio, Era quindi necessario un attento esame, il più possibile obiettivo, della natura, delle possibilità e dei requisiti della lotta nonviolenta. Questo studio è il mio principale contributo a questo compito. Quest'opera non dovrebbe essere vista come conclusiva, ma come uno strumento per aumentare la nostra comprensione e la nostra conoscenza; le sue asserzioni, classificazioni, analisi ed ipotesi dovrebbero andare soggette ad ulteriori esami, ricerche ed analisi critiche.
Poiché questo libro si occupa quasi esclusivamente della natura del metodo nonviolento, non vengono trattati parecchi temi che tuttavia risultano strettamente connessi con quello in esame. Per esempio, il rapporto fra questo metodo e i problemi etici e fra questi e i sistemi filosofico-religiosi che esortano al comportamento non-violento non viene affrontato se non incidentalmente, Questo studio può comunque costituire la base per una nuova analisi di tali problemi [1]. Le implicazioni e potenzialità politiche dell'azione nonviolenta, comprese quelle per il cambiamento sociale e per la difesa nazionale [2], sono anch'esse state lasciate ad un esame separato. Ci auguriamo che il nostro studio sia d'aiuto per tali indagini [3].
Questo libro è il risultato di studi iniziati nel 1950 quando ero studente alla Ohio State University. Una lunga bozza manoscritta di un libro coll'attuale titolo fu completata al St. Catherine's College di Oxford nel 1963, parzialmente basata sul lavoro svolto precedentemente in Norvegia, dapprima all'Institute of Philosophy and the History of Ideas of the University of Oslo e poi, per due anni e mezzo, all'Institute for Social Research. Dopo ricerche molto più approfondite, una revisione e un ampliamento complessivo delle parti più importanti della bozza del 1963 fu completato nel 1968 al Center for International Affairs of Harvard University. Tale rielaborazione divenne anche la tesi per il mio dottorato alla Oxford University, nel 1968, e, accuratamente rivista e rimaneggiata, divenne infine questo libro. Alcuni capitoli sono stati ampliati, mentre altri e l'intero libro sono stati ristrutturati, La rielaborazione è durata quasi altri tre anni a causa degli impegni didattici,
Questo studio è stato possibile grazie all'incoraggiamento e all'aiuto di altre persone. I miei genitori, Eva M. e Paul W. Sharp, meritano il primo posto nei ringraziamenti per la comprensione e la gentilezza che mi hanno dimostrato in mille modi in tutti questi anni, La maggior parte delle ricerche e della stesura è stata condotta presso le quattro istituzioni sopra menzionate. Ognuna di esse, il loro personale, i membri del corpo insegnante e gli addetti alle biblioteche meritano un apprezzamento particolare. Erik Rinde, ex-direttore dell'Institute for Social Research, merita una menzione personale.
Devo una particolare gratitudine anche a cinque persone il cui incoraggiamento, aiuto, consiglio e pazienza infinita mi misero in grado in vari momenti di continuare lo studio in questo campo: il Prof. Kurt H. Wolff della Brandeis University; il Prof. Arne Naess dell'Università di Oslo; Alan Bullock, direttore del St. Catherine's College e Vice-Rettore della Oxford University; i Prof. John Plamenatz dell'AIl Souls College di Oxford; e il Prof. Thomas C. Schelling del Center for International Affairs of Harvard University, ore Direttore del Public Policy Program della John F. Kennedy School of Government dell'Università di Harvard. Senza il loro aiuto non avrei potuto proseguire.
Devo anche ringraziare chi da varie fonti ha fornito nel corso degli anni un aiuto finanziario, sotto forma di fondi e prestiti, per consentirmi di continuare.
Vorrei anche ringraziare per la loro cortesia Sir Isaiah Berlin, Presidente del Wolfson College di Oxford; Wilfrid Knapp e B.E.F. Fender del St. Catherine's College di Oxford; i membri del Consiglio della Facoltà di Studi Sociali dell'Università di Oxford; Christopher Seton-Watson dell'Oriel College di Oxford; il Prof. J.C. Rees dell'University College di Swansea (a quell'epoca visiting professor all'All Souls College di Oxford}; il Dott. Robert L. Jervis del Center for International Affairs of Harvard University; e il preside Richard Fontera della Southeastern Massachusetts University. La maggior parte dei riconoscimenti accademici individuali si trova nelle note, ma dovrei menzionare qui George Lakey e John L. Sorenson, entrambi autori di ricerche in questo campo, per ì loro suggerimenti di tecniche specifiche o esempi che sono stati inclusi nel testo e non sono loro personalmente attribuiti.
Singoli membri del personale del Center for International Affairs, Moira Clarke, Margaret Rothwell, James Havlin, Katherine Brest e specialmente Jeannette Asdourian, meritano una menzione particolare per il loro aiuto nel dattilografare, correggere le bozze, impaginare e per i loro suggerimenti. Dennis Brady ha esplorato le biblioteche per contribuire a fornire i richiami alle pagine delle edizioni inglesi e americane ovunque fosse possibile.
L'indice è stato preparato da John Hearn, William Singleton, Walter Conser, Ronald McCarthy, Ken Feldman, oltre che da me stesso. Ronald McCarthy mi ha anche assistito abilmente in vari modi nel preparare per la stampa il manoscritto definitivo, aiutandomi tra l'altro ad ottenere i permessi per le citazioni. Walter Conser e Jessie Jones mi hanno notevolmente aiutato nel correggere le bozze e in altri compiti, Della casa editrice Porter Sargent vorrei ringraziare per la disponibilità e l'aiuto prestatimi in vari modi Debbie Rose, Pat Roberts, Tom Murray, Jan Boddie, Jennie Fonzo e lo stesso F. Porter Sargent. Robert Reitherman, a quel tempo studente all'Università di Harvard, ha disegnato gli schemi e mi ha fornito il suo aiuto in vari modi, non ultimo quello di incoraggiarmi. Incoraggiamenti mi sono venuti anche da April Carter, Theodor Ebert, Adam Roberts e Sandi Tatman, che mi hanno dato disinteressatamente particolari consigli ed aiuti. Parecchi miei studenti dell'University of Massachusetts di Boston, della Tufts University, della Brandeis University, della Harvard University e della Southeastern Massachusetts University hanno contribuito con utili critiche e suggerimenti.
Per quattro degli anni in cui fui Research Associate e Research Fellow af Center for International Affairs della Università di Harvard, mentre stavo completando la bozza del 1968, ho ricevuto fondi dalle sovvenzioni destinate ai progetti del Prof. Thomas C. Schelling, offerte all'Università di Harvard dalla Foundation Ford e della Advanced Research Projects Agency del Ministero della Difesa degli Stati Uniti, in base al contratto numero F44620-67-C-0011, Alcuni potranno trovare sorprendente che siano stati concessi o accettati; io invece sostengo da anni che i governi e i ministeri della difesa, come pure altre istituzioni, dovrebbero finanziare e condurre ricerche sulle alternative alla violenza in campo politico, in particolare come possibile base per una politica difensiva fondata sulla resistenza nonviolenta come sostituto della guerra. Dato che l'accettazione di tali fondi del Ministero della Difesa non comportava alcuna restrizione alla ricerca, stesura 0 diffusione dei risultati, li accettai volentieri. Auspico ulteriori ricerche da parte dei governi e dei ministeri della difesa di tutti i paesi sulle alternative alla violenza e alla guerra. Dopo il completamento di quella bozza, il Center for International Affairs mi ha sostenuto nello scrivere, dattilografare e pubblicare la nuova stesura del libro.
La rielaborazione definitiva di questo libro è stata possibile solo grazie alla pronta intelligenza, all'abile penna e all'amichevole franchezza della Dott.ssa Marina S. Finkelstein, Editor of Publications al Centro dal 1968 fino alla sua morte avvenuta nel 1972.
È mia speranza che questo libro contribuirà all'inizio di nuove ricerche ed indagini ed allo sviluppo di efficaci alternative nonviolente alla violenza nei conflitti interni ed internazionali.
2. Alcuni conflitti non si possono risolvere mediante compromesso, ma solamente con la lotta. Questi conflitti sono quelli che, in un modo o nell'altro, coinvolgono i valori fondamentali di una società, l'indipendenza, la dignità della persona o la capacità di un popolo di determinare il proprio futuro. Per risolverli, esistono raramente normali procedure istituzionali; è dubbio persino che queste possano essere effettivamente adeguate, Piuttosto, nella convinzione che in questo tipo di conflitti la scelta sia tra la resa vile e passiva e la violenza, e che la vittoria richieda questa scelta, la gente ricorre alla minaccia e all'uso della violenza. I mezzi specifici usati varieranno: possono includere l'azione militare convenzionale, la guerriglia, il regicidio, l'insurrezione, l'azione di polizia, fa violenza offensiva e difensiva esercitata da privati, la guerra civile, il terrorismo, i bombardamenti aerei convenzionali e gli attacchi nucleari, e altre forme ancora. Questi mezzi violenti, siano essi minacciati o usati con qualche limitazione o ancora applicati senza controlli, mirano a ferire, uccidere, distruggere e terrorizzare con la massima efficacia. Di secolo in secolo, di decennio in decennio, ed ora di anno in anno, questa efficacia è cresciuta man mano che i popoli e i governi hanno a tal fine impiegato ingegni e risorse.
Non è vero invece che la violenza sia l'unico mezzo di azione efficace nelle situazioni cruciali di conflitto. Nel corso della storia e in differenti sistemi politici, persone di ogni parte del mondo si sono impegnate in conflitti ed hanno esercitato un potere incontrastato usando un metodo di lotta molto differente, che non uccide e non distrugge. Questo metodo è l'azione nonviolenta. Sebbene fosse conosciuto con nomi diversi, il suo fondamento fu sempre lo stesso: la convinzione che l'esercizio del potere dipenda dal consenso di coloro che sono governati, i quali, ritirando questo consenso, possono controllare e persino distruggere il potere dell'avversario. Mentre notevoli sforzi sono stati fatti per aumentare l'efficacia dei mezzi violenti, non si è cercato con altrettanto impegno di rendere l'azione nonviolenta più efficace, per darle maggiori possibilità di sostituire la violenza.
Eppure l'azione nonviolenta ha già una lunga storia, che è rimasta ampiamente sconosciuta, perché gli storici sono sempre stati irresistibilmente attratti da altri argomenti. Infatti, fino a poco tempo fa c'era così poca consapevolezza delle tradizioni e della storia della lotta nonviolenta che, sostanzialmente, gli attivisti nonviolenti hanno improvvisato le loro lotte senza tener conto delle passate esperienze. Questa situazione sta cominciando a cambiare solo ora.
E più che evidente che vi è un ricco filone di materiale che attende studiosi e attivisti. Già nell'attuale stadio iniziale di ricerca si offrono all'osservatore numerosi esempi, che vanno dall'antica Roma alla lotta per i diritti civili negli Stati Uniti e alla resistenza dei cechi e degli slovacchi di fronte all'invasione russa del 1968. Cercando con attenzione tra le più disparate fonti si può trovare menzione di proteste plebee contro il potere di Roma già fin dal V secolo a.C.; si possono scoprire le tracce della resistenza dei Paesi Bassi al governo spagnolo nell'Europa della metà del sedicesimo secolo. Ma la storia della lotta nonviolenta in questi secoli è ancora da scrivere: ne abbiamo solo brevi squarci.
In tempi più recenti, il quadro si fa più denso di avvenimenti: in scenari estremamente disparati si verificano importanti episodi di lotta e di azione nonviolenta. Per esempio, e questo è un avvenimento la cui portata è stata completamente ignorata, i coloni americani ricorsero alla resistenza nonviolenta nella loro lotta contro la Gran Bretagna, rifiutando di pagare tasse e debiti, boicottando le importazioni, disobbedendo a leggi che consideravano ingiuste, usando istituzioni politiche autonome e troncando i rapporti economici e sociali con la Gran Bretagna e con i coloni filo-britannici.
Più tardi, alla fine del diciannovesimo secolo ed agli inizi del ventesimo, i lavoratori di molte nazioni praticarono la noncollaborazione sotto forma di scioperi e di boicottaggi economici per migliorare le proprie condizioni ed acquistare maggior potere. La rivoluzione russa del 1905 è costellata di reazioni nonviolente agli eventi della «domenica di sangue»; scioperi paralizzanti, rifiuto di obbedire ai regolamenti di censura, formazione di organi «paralleli» di governo furono soltanto alcune delle forme di pressione che portarono il governo dello zar a promettere un sistema di governo più liberale. Il crollo del regime zarista nel 1917 avvenne perché esso si era disintegrato di fronte a una schiacciante rivoluzione nonviolenta, mesi prima dell'ottobre in cui i bolscevichi ne assunsero il controllo. E non è detto che la forza di un'azione nonviolenta debba sempre essere esercitata «contro»; può anche essere «per» qualcosa, come fu chiaro a Berlino nel 1920, quando la burocrazia e la popolazione, che erano rimaste fedeli al governo Ebert, fecero fallire il colpo di stato militare di Kapp rifiutando di collaborare.
Gandhi, che fu il principale stratega dell'azione nonviolenta, considerava la lotta nonviolenta un mezzo per equilibrare le forze, quello che aveva la maggior capacità di portare vera libertà e giustizia. La più emblematica lotta di Gandhi su scala nazionale fu la campagna del 1930-31, cominciata con la famosa «Marcia del sale», che segnò l'inizio della disobbedienza civile contro il monopolio britannico. Ne seguì una campagna nonviolenta della durata di un anno che scosse il potere britannico in India e terminò con negoziati nel corso dei quali India e Gran Bretagna trattarono sullo stesso piano.
Nonostante le circostanze estremamente sfavorevoli, la resistenza nonviolenta in alcuni paesi occupati dai nazisti durante la seconda guerra mondiale provocò serie preoccupazioni politiche. A volte essa vinse le sue battaglie, come in Norvegia, dove servì a contrastare il tentativo di Quisling di formare uno stato corporativo. La non-collaborazione clandestina e, molto raramente, un'aperta sfida nonviolenta aiutarono perfino a salvare le vite degli ebrei. Durante lo stesso periodo, nell'altra parte del mondo, l'azione popolare nonviolenta veniva usata con successo per eliminare il potere di due dittatori centroamericani. Anche i sistemi comunisti hanno sperimentato la forza dell'azione nonviolenta nella rivolta tedesco-orientale del 1953, negli scioperi nei «campi di lavoro» sovietici e nella fase nonviolenta della rivoluzione ungherese nel 1956. Negli Stati Uniti, l'azione nonviolenta ha giocato un ruolo fondamentale nelle lotte dei negri americani, dal boicottaggio degli autobus a Montgomery in poi. E nel 1968, in Cecoslovacchia, dopo l'invasione russa, si ebbe una delle più notevoli dimostrazioni di resistenza nonviolenta spontanea a scopo di difesa nazionale.
La lotta non ebbe successo, ma i cechi e gli slovacchi riuscirono a resistere da agosto ad aprile, molto più a lungo di quanto avrebbero potuto fare con una resistenza armata; e, pur trattandosi di una sconfitta, è un caso che merita un attento studio. Le conquiste e le vittorie delle lotte nonviolente del passato, benché spesso inadeguate, sovente sono state notevoli, specialmente quando si consideri il numero solitamente piccolo di reali partecipanti ed il carattere generalmente improvvisato e non organizzato della resistenza.
Un'altra caratteristica dell'azione nonviolenta è che il grado di successo, gli scopi e le tecniche possono essere estremamente variabili. A volte l'azione nonviolenta può essere usata per raggiungere riforme od obiettivi limitati (come nel boicottaggio degli autobus a Montgomery), altre volte per distruggere tutto un regime (come in Russia nel febbraio-marzo 1917), altre ancora per difendere un governo da un'aggressione (come in Cecoslovacchia). Spesso si compiono deliberati sforzi per far sì che la lotta rimanga nonviolenta, mentre in altri casi la nonviolenza è spontanea.
Pur essendo vasta la gamma delle tecniche disponibili, di rado è stato effettivamente utilizzato un numero considerevole di tecniche nella stessa occasione, come nelle rivoluzioni russe. Soltanto in alcuni casi (come il «piano di battaglia» nonviolento del Primo Congresso Continentale durante la Rivoluzione americana e in India durante la campagna gandhiana del 1930-31) è stato programmato uno sviluppo strategico delle varie fasi della lotta. Solo di tanto in tanto, come nel caso di Gandhi, sono stati seguiti consapevolmente piani sia strategici che tattici. Raramente, come in Germania negli anni Venti, durante la seconda guerra mondiale nel caso dei governi in esilio e nel '68 in Cecoslovacchia, vi è stato l'appoggio ufficiale del governo alla resistenza nonviolenta contro gli usurpatori. Esistono molte varianti di azione nonviolenta, ed altre saranno probabilmente inventate in futuro.
Comunque, implicitamente od esplicitamente, tutta la lotta nonviolenta ha un comune presupposto: la concezione della natura del potere e del modo di rapportarvisi.
Note:
1 Cfr, G. Sharp, Ethics and Responsability in Politics: A Critique of the Present Adeguacy of Max Weber's Classification of Ethical Systems, in “Inquiry”*, VII, n. 3, autunno 1964, Osio, pp. 304-317; Id.,
Dilemas of Moratity in Politics, in ‘‘Reconciliation Quarterly**, First Quarter 1965, n, 128, London, PP. 528-535; R. Niebuhr, Uomo morale e società immorale, Jaca Book, Milano 1968 (ed. orig. 1932); G. Sharp, Gandhi's Defence Policy, in T.K. Mahadevan, A. Roberts; G. Sharp (a cura di), Civilian Defence: An Introduction, Bharatiya Vidya Bhavan, Bombay 1967, pp. 15-52; G. Sharp, Nonviolence: Mordi Principle or Political Technigue?, in “Indian Political Science Review”, IV, n. 1, ottobre 1969-marzo
1970, Delhi, pp. 17-36. Sui sistemi filosofico-religiosi che rifiutano la violenza cfr. îd., Types of Principied Nonviolence, in A. P. Hare, H. H. Biumberg (a cura di), Nonviolent Direct Action: American Cases: Social-Psychological Analyses, Corpus Books, Washington D.C. e Cleveland 1968, pp. 273-313, “ Per una introduzione alla difesa civile cfr. G. Sharp, The Political Equivalent of War - Civilian Defence, in ‘‘International Conciliation', n. $55, novembre 1965, pp. 1-67; Id., Expforing Nonviolent Alternatives, Porter Sargent, Boston 1970, pp. 47-72; A. Roberts {a cura di), The Strategy of Civilian Defence. Nonvioleni Resistance to Aggression, Faber & Faber, London 1967.
3 Per la terminologia di base in tutto il settore dell'azione nonviolenta e della difesa civile cfr. G. Sharp, An Abecedary of Nonviolent Action and Civilian Defence, Schenkman, Cambridge in Mass. 1972. Per le aree di ricerca sull'azione nonviolenta e sulla sua applicazione cfr. 1d., Expforing Nonviolent Alternatives, cit., pp. 73-113. Per una guida ragionata alla letteratura esistente cfr. ibid., pp. 133-159.